Ci sono momenti in cui la politica dovrebbe avere il coraggio di tacere. O, almeno, di aspettare. Di riconoscere che una persona è morta mentre era nelle mani dello Stato e che, prima di qualunque valutazione, esistono un dolore, una famiglia e una verità ancora tutta da accertare.

A Bologna, durante la manifestazione promossa dal sindaco Matteo Lepore, quella voce ha avuto il volto e le lacrime di Youssra, la nipote di Abderrahim Fakir. Una giovane donna che, davanti a migliaia (!!!) di persone, non ha invocato odio, non ha chiesto vendetta, non ha cercato un colpevole da indicare prima delle indagini. Ha chiesto qualcosa di infinitamente più semplice e infinitamente più difficile: verità, giustizia, rispetto e umanità.

Le sue parole, più volte interrotte dal pianto e dalla commozione, meritano di essere lette e ascoltate per intero: 


«Buongiorno a tutti.Grazie per essere qui con noi ad ascoltare la nostra voce.
Sono Youssra, sono la nipote di Abderrahim Fakir e oggi sono qui a nome della mia famiglia, con un dolore che è difficile anche solo raccontare, ma con la forza di chi non vuole che una vita venga dimenticata.Abderrahim non era un caso di cronaca. Abderrahim era una persona, era mio zio, era un fratello, un familiare, un uomo con una storia, con dei sentimenti e con delle persone che lo amavano profondamente.Io sono la nipote più grande e per me essere qui oggi è un dovere. È il modo che ho per stare accanto alla mia famiglia e per dare voce a chi oggi non può più parlare.Siamo qui per chiedere verità, giustizia, rispetto e umanità. Giustizia.La coscienza dov'è? Dove sta la coscienza?Noi continueremo a chiedere verità per lui, per Abderrahim, per la nostra famiglia, perché nessun'altra persona debba mai vivere quello che lui ha vissuto.Grazie di cuore a tutti voi. Grazie, grazie, grazie di cuore».


Questa la dignità morale, etica, civile di una cittadina qualunque che si comporta come un rappresentante delle istituzioni si dovrebbe comportare, mentre un pessimo politico, con incarichi istituzionali di parlamentare, ministro e vicepremier (!!!), in questo caso Matteo Salvini (ma potremmo prendere anche ad esempio anche il capogruppo di FDI alla Camera, Galeazzo Bignami), si comporta come un commentatore da Bar dello Sport (pure di pessima periferia) per sostenere ciò che non sa e non dovrebbe, non solo dire... ma neppure pensare:

«Sono vicino ai due agenti di Bologna, ai quattro ragazzi del 118 e del pronto soccorso e, ovviamente, anche ai familiari della vittima, che invito a non parlare di vendetta. Magari in altri Paesi è normale evocarla, in Italia, nel 2026, fortunatamente no (da notare la SCHIFOSISSIMA MENZOGNA PRONUNCIATA DA QUESTA PESSIMA E INDEGNA PERSONA, EVIDENTEMENTE PRIVA NON SOLO DI UMANITÀ, ETICA, MORALE... MA PERSINO DI SENSO DELLO STATO!). Conto che la magistratura faccia chiarezza il prima possibile, per evitare che venga gettato fango da gente che non capisce che cosa è accaduto e non ha rispetto per chi rischia la vita per proteggere la nostra»....«Scontri a Bologna tra teppisti e Polizia. Irresponsabile e anti-italiana una sinistra che alimenta l’odio verso chi indossa una divisa e ci difende. Nei prossimi giorni sarò a Bologna per portare il mio sostegno e la mia solidarietà alle donne e agli uomini della Polizia di Stato».

Le dichiarazioni di un "disperato" che vive solo di propaganda da spacciare non a degli elettori ma a dei fanatici idioti senza un briciolo di cervello, come Matteo Salvini, assumono un peso politico enorme. Il vicepremier afferma di essere vicino ai due agenti, ai sanitari e «ovviamente anche ai familiari della vittima», invitando però questi ultimi «a non parlare di vendetta», aggiungendo che «magari in altri Paesi è normale evocarla, in Italia, nel 2026, fortunatamente no».

Il problema è semplice: Youssra non ha parlato di vendetta.

Nelle parole pronunciate in piazza non compare alcun invito alla vendetta. Non compare alcuna minaccia. Non compare alcuna richiesta di farsi giustizia da soli. C'è soltanto una richiesta di verità e di giustizia attraverso gli strumenti dello Stato di diritto... che, come ha ampiamente dimostrato negli ultimi giorni, il disperato Matteo Salvini non sa neppure che cosa sia!

Attribuire alla famiglia un linguaggio che la famiglia non ha usato significa costruire un bersaglio inesistente. Significa rispondere a qualcosa che nessuno ha detto.

Ma c'è un altro passaggio che lascia perplessi.

Salvini dichiara di confidare che la magistratura faccia chiarezza «per evitare che venga gettato fango da gente che non capisce che cosa è accaduto». È una frase che, paradossalmente, dovrebbe valere anche per chi ricopre incarichi di governo. Perché nessuno oggi sa esattamente che cosa sia accaduto.

Non lo sanno i manifestanti. Non lo sa l'opinione pubblica. Non lo sanno i giornalisti.

E non lo sa nemmeno Matteo Salvini.

Esistono immagini drammatiche. Esistono testimonianze. Esiste un'indagine della magistratura. Ma proprio perché esiste un'indagine, nessuno può anticiparne le conclusioni. Eppure il ministro sceglie di annunciare che nei prossimi giorni sarà a Bologna «per portare il mio sostegno e la mia solidarietà alle donne e agli uomini della Polizia di Stato».

Solidarietà agli agenti? Certamente legittima. Ma dov'è, nello stesso mmento, la prudenza istituzionale? Perché un rappresentante del Governo dovrebbe essere il primo a ricordare che i fatti devono essere accertati, non il primo a trasmettere l'impressione che una parte abbia già ragione.

Difendere il principio della presunzione d'innocenza significa difendere tutti, non soltanto chi indossa una divisa. Vale per gli agenti. Vale per i cittadini. Vale per chiunque.

La politica della destra fascista, invece, è  sempre più incapace di distinguere la solidarietà dal tifo. Ed è questo il vero problema. Perché uno Stato democratico non funziona come uno stadio. Non esistono curve. Non esistono ultras. Non esistono "noi" e "loro".

Esiste soltanto il dovere di accertare la verità. Ma questo, gentaglia dello stesso stampo di Salvini non lo capisce o NON VUOLE capirlo.

E non solo. Ancora più discutibili risultano le parole con cui Salvini definisce «irresponsabile e anti-italiana una sinistra che alimenta l'odio verso chi indossa una divisa».

Ma quale odio?

La manifestazione di Bologna ha visto una partecipazione enorme, stimata da molti osservatori in circa diecimila persone. Migliaia di cittadini sono scesi in piazza in modo pacifico per esprimere solidarietà alla famiglia di Abderrahim Fakir e chiedere trasparenza sull'accaduto. Trasformare una richiesta di verità in un attacco alle forze dell'ordine significa alterare il significato stesso della protesta. In uno Stato democratico si può chiedere che venga fatta piena luce sulla morte di un uomo senza essere nemici della Polizia.

Anzi.

Pretendere che ogni eventuale abuso venga accertato significa difendere anche l'onore della stragrande maggioranza degli agenti che svolgono il proprio lavoro con professionalità e rispetto della legge.

Perché se qualcuno dovesse aver sbagliato, sarà l'accertamento della verità a distinguere le responsabilità individuali dall'istituzione. È questo che dovrebbe interessare a chi governa. Non alimentare una contrapposizione permanente tra cittadini e cittadini.

Negli ultimi anni una parte della politica, l'estrema destra di governo che pretende di definirsi conservatrice... (sì, ma del fascismo!!!), ha scelto una strada precisa: parlare sempre alla pancia, dividere ogni vicenda in tifoserie contrapposte, trasformare qualsiasi tragedia in uno strumento di consenso.

È il cattivismo elevato a metodo di comunicazione.

Prima ancora di conoscere i fatti, si sceglie già da quale parte stare. Prima ancora che la magistratura lavori, si costruisce una narrazione. Prima ancora che emerga la verità, si distribuiscono assoluzioni e condanne mediatiche.

Ma questo non è il ruolo di un ministro della Repubblica. Chi rappresenta le istituzioni dovrebbe essere il garante dell'equilibrio, non il capo di una tifoseria. Dovrebbe ricordare che una persona è morta e che quella morte merita rispetto. Dovrebbe invitare tutti alla prudenza. Dovrebbe evitare frasi che rischiano di trasformare il dolore di una famiglia in un argomento da campagna elettorale.

Semplicemente, dovrebbe dire ciò che ha detto Youssra!

Le sue parole resteranno probabilmente più a lungo di qualsiasi slogan politico. Perché non chiedono privilegi. Non chiedono vendette. Non chiedono scorciatoie. Chiedono soltanto ciò che ogni cittadino dovrebbe poter pretendere quando un proprio familiare muore nelle mani dello Stato: verità, giustizia, rispetto e umanità.

È una richiesta che dovrebbe unire il Paese. Non dividerlo.




* Nano politico
va inteso come cortese e gentilissimo eufemismo per etichettare un povero disperato parlamentare che indegnamente sta insudiciando, senza alcun limite e remora, la Costituzione e lo Stato di diritto, trasformando l'Italia in "un Paese dei fichi d'India".
«Nel nostro Paese purtroppo non ci sono nemmeno banane. Ci sono soltanto fichi d'India», Gianni Agnelli, 2001