Cambia l'amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, ma non cambia il ministro che da quasi tre anni guida il dicastero dei Trasporti. Stefano Donnarumma lascia anzitempo la guida del gruppo FS dopo un lungo faccia a faccia con Matteo Salvini, una decisione che il Ministero definisce come un "avvicendamento concordato", ma che appare, nei fatti, come l'epilogo di una resa politica maturata dopo mesi di ritardi, guasti, disservizi e proteste che hanno travolto il sistema ferroviario italiano.

Il governo tenta così di dare un segnale, sacrificando il manager che proprio questo esecutivo aveva scelto appena due anni fa per gestire una delle sfide più importanti della storia recente delle infrastrutture italiane: investire decine di miliardi del PNRR, modernizzare la rete e accelerare i lavori necessari a recuperare decenni di ritardi. Una scelta che oggi finisce per trasformarsi in una clamorosa ammissione di fallimento.



Il lungo incontro con Salvini e l'addio anticipato

La giornata decisiva si è consumata mentre alla Camera interveniva il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Salvini e Donnarumma si sono incontrati prima nella sede di Ferrovie dello Stato e poi nella sala operativa della stazione Termini.

Sul tavolo c'erano i continui ritardi registrati negli ultimi giorni, il piano industriale, la gestione dei cantieri e, soprattutto, il crescente malcontento dell'opinione pubblica. Al termine del confronto è arrivata la decisione.

Donnarumma ha successivamente riunito in videoconferenza tutti i dirigenti del gruppo, annunciando la volontà di lasciare il proprio incarico prima della naturale scadenza del mandato, prevista tra marzo e aprile 2027, dopo aver concluso alcuni dossier ancora aperti.

Il Ministero dei Trasporti ha parlato di una conclusione consensuale del mandato per consentire l'avvio della cosiddetta "fase due" di Ferrovie dello Stato, affidata a una figura interna all'azienda.


Il paradosso politico

La vicenda presenta però un evidente paradosso. È stato proprio il governo Meloni, e in particolare Matteo Salvini, a scegliere Stefano Donnarumma nel 2024 per guidare il gruppo FS. L'ex amministratore delegato di Acea e Terna era stato individuato come il manager chiamato a realizzare gli investimenti del PNRR e rilanciare il sistema ferroviario nazionale.

Ora, dopo appena due anni, quello stesso governo lo accompagna alla porta. E lo fa riconoscendogli, allo stesso tempo, risultati tutt'altro che trascurabili.

Lo stesso Salvini, infatti, nella nota ufficiale diffusa dal Ministero, ha ringraziato Donnarumma per il lavoro svolto, sottolineando il raggiungimento degli obiettivi PNRR, gli investimenti effettuati e persino il ritorno all'utile dell'azienda, che nell'ultimo bilancio ha registrato un risultato positivo di circa 30 milioni di euro.

Un riconoscimento che rende ancora più evidente la natura politica dell'avvicendamento.


I numeri degli investimenti

Durante la gestione Donnarumma il gruppo FS ha amministrato uno dei più grandi programmi infrastrutturali della storia italiana. Parliamo di circa 25 miliardi di euro di fondi europei, dei quali oltre 20 miliardi risultano già investiti. Ogni giorno risultano aperti circa 1.300 cantieri lungo la rete nazionale.

Per l'estate sono previsti interventi particolarmente invasivi su alcune delle direttrici ferroviarie più trafficate del Paese:

  • Milano-Bologna;
  • collegamenti verso Genova;
  • Caserta-Foggia;
  • nodo ferroviario di Firenze;
  • tratta Firenze-Roma.

Ferrovie aveva definito questo piano "uno sforzo senza precedenti", necessario per rinnovare definitivamente una rete che sconta decenni di carenze infrastrutturali. Ma proprio l'elevato numero di cantieri ha prodotto inevitabili rallentamenti, alimentando il malcontento dei viaggiatori e le critiche rivolte al Ministero.


Ritardi cronici e consenso in caduta

Da mesi il sistema ferroviario italiano vive una stagione di continui disagi. Guasti tecnici. Convogli bloccati. Linee interrotte. Pendolari esasperati. Passeggeri costretti a ore di attesa.

Anche nella giornata dell'annuncio delle dimissioni di Donnarumma i problemi non sono mancati. Si è fermata la linea Roma-Fiumicino. Un guasto ha coinvolto il collegamento Milano-Parigi.

Ma soprattutto, un treno regionale con circa 200 passeggeri, tra cui numerosi bambini, è rimasto bloccato per circa tre ore tra Milano Lambrate e Milano Centrale senza aria condizionata, rendendo necessario l'intervento del 118, della Polizia Locale e dei Vigili del Fuoco per assistere le persone rimaste a bordo.

Episodi che si aggiungono a una lunga sequenza di disservizi ormai diventati quasi quotidiani.


Il capro espiatorio?

Secondo le opposizioni, Donnarumma finisce oggi per rappresentare il capro espiatorio di una crisi che ha origini molto più profonde.

Negli ultimi mesi Salvini è diventato il principale bersaglio politico delle proteste dei pendolari e delle critiche parlamentari. La gestione delle ferrovie rappresenta infatti uno dei punti più delicati del suo mandato al Ministero dei Trasporti.

Nonostante il ministro abbia recentemente evidenziato un miglioramento del 7% della puntualità dell'Alta Velocità rispetto al 2025, il dato non è stato sufficiente a modificare la percezione di un sistema che continua a registrare continui episodi di inefficienza.

Le opposizioni hanno parlato apertamente di un tentativo di scaricare le responsabilità sui vertici aziendali.

Il giudizio più duro è arrivato da Angelo Bonelli, secondo cui "Salvini scarica le responsabilità sugli altri, cambia i vertici, cerca capri espiatori, ma il fallimento ha un nome e un cognome". Per Bonelli, se il ministro ritiene che qualcuno debba assumersi la responsabilità politica dei disservizi ferroviari, dovrebbe essere il primo a trarne le conseguenze.


Le tensioni anche con il Ministero dell'Economia

L'uscita di Donnarumma non nasce esclusivamente dai problemi operativi. Da tempo erano emerse tensioni anche con il Ministero dell'Economia guidato da Giancarlo Giorgetti. Nei giorni scorsi avevano già lasciato il consiglio di amministrazione Caterina Belletti e Tiziana De Luca, quest'ultima indicata proprio dal MEF.

Secondo le ricostruzioni, Giorgetti non avrebbe condiviso alcune importanti operazioni industriali, tra cui l'acquisizione dei gruppi Pizzarotti e Firema e la partnership con il fondo statunitense Certares per lo sviluppo dell'alta velocità all'estero.

Un ulteriore elemento che testimonia come la crisi ai vertici di Ferrovie fosse ormai anche una crisi politica interna alla maggioranza.


Arriva Strisciuglio, uomo scelto da Salvini

Il successore designato è Gianpiero Strisciuglio, attuale amministratore delegato di Trenitalia e manager cresciuto interamente nel mondo ferroviario. La sua promozione conferma la volontà del ministro di rafforzare ulteriormente la propria influenza sulla governance del gruppo.

Non mancano però le ombre.

Quando era amministratore delegato di RFI, la sua nomina a Trenitalia aveva già suscitato rilievi da parte della Commissione europea, che aveva ipotizzato un possibile conflitto di interessi.

Inoltre il suo nome compare tra i 21 indagati per i quali la Procura di Ivrea ha chiesto il rinvio a giudizio nell'inchiesta sulla tragedia di Brandizzo, il drammatico incidente ferroviario del 30 agosto 2023 costato la vita a cinque operai travolti da un treno durante lavori sui binari. La richiesta di rinvio a giudizio riguarda la fase processuale e non costituisce un accertamento di responsabilità.


Cambiano i manager, ma resta il problema politico

L'avvicendamento ai vertici di Ferrovie dello Stato appare dunque come il tentativo di voltare pagina in una delle vicende più delicate per il governo Meloni. Resta però una domanda difficilmente eludibile: se l'amministratore delegato scelto appena due anni fa viene oggi sostituito per una situazione giudicata insoddisfacente, quanto pesa la responsabilità politica di chi quella nomina l'aveva voluta e, soprattutto, di chi ha la responsabilità dell'indirizzo del sistema dei trasporti?

Per milioni di pendolari e viaggiatori la risposta non si misurerà con il nome del prossimo amministratore delegato, ma con la puntualità dei treni, l'affidabilità della rete e la capacità di ridurre quei disservizi che, negli ultimi mesi, hanno trasformato il viaggio in ferrovia in un'incognita quotidiana.

Cambiare il vertice di un'azienda può rappresentare un segnale, ma difficilmente basta, da solo, a risolvere problemi strutturali che richiedono una direzione politica coerente, investimenti efficaci e una gestione capace di coniugare i grandi cantieri con la continuità del servizio per i cittadini.