Matteo Salvini ci riprova. Ancora una volta, prima che siano i magistrati ad accertare i fatti, arriva la sentenza politica che nel caso del saltafossi della Ghisolfa, ça va sans dire, vale già come se fosse un un terzo grado di giudizio... senza neppure che un magistrato si sia espresso in merito.
Stavolta il bersaglio è la Sea-Watch 5 e il suo comandante, indagato dalla Procura di Brindisi per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Si tratta, allo stato, di un'ipotesi di reato sulla quale dovrà pronunciarsi l'autorità giudiziaria. Eppure, per il leader della Lega, il verdetto è già scritto.
Attraverso un messaggio diffuso sui social, Salvini sostiene che "da anni la Lega denuncia il business dell'immigrazione clandestina, le reti criminali che lo alimentano e le possibili connivenze che ne favoriscono il funzionamento", aggiungendo che "oggi queste immagini meritano risposte".
Il sottinteso è evidente: il materiale diffuso da uno dei fogliacci della propaganda meloniana del leghista Angelucci, stavolta il Giornale, costituirebbe la conferma definitiva delle accuse rivolte da anni alle organizzazioni umanitarie impegnate nei soccorsi nel Mediterraneo.
È un metodo ormai consolidato. Si prende un'inchiesta ancora agli inizi, la si trasforma immediatamente in una prova definitiva e la si utilizza come strumento di propaganda politica. La differenza tra un'indagine preliminare e una condanna definitiva scompare completamente. E con essa sparisce anche uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto: la presunzione di innocenza.
Colpisce soprattutto la rapidità con cui viene costruita una narrazione che presenta le ONG come parte integrante del sistema criminale dell'immigrazione clandestina.
L'apertura di un fascicolo della Procura di Brindisi diventa così, nella comunicazione politica della Lega, la conferma che per anni le accuse mosse contro le organizzazioni umanitarie sarebbero state fondate.
Ma un'indagine non è una sentenza. Il dramma è che c'è persino da credere che uno come Salvini non lo sappia neppure!
L'iscrizione nel registro degli indagati rappresenta uno strumento investigativo previsto dall'ordinamento, non un giudizio di colpevolezza. Saranno gli accertamenti della magistratura e, se necessario, un processo con tutti i gradi di giudizio a stabilire se vi siano responsabilità penali. Questa distinzione, essenziale in qualunque democrazia liberale, diventa però irrilevante quando il tema riguarda l'immigrazione.
La contraddizione emerge con ancora maggiore evidenza se si osserva il diverso atteggiamento tenuto dalla stessa maggioranza su altri casi giudiziari.
Quando vengono coinvolti soggetti ritenuti vicini alla sensibilità politica della destra, il garantismo diventa improvvisamente un valore assoluto. Si invoca il rispetto delle sentenze definitive, si ricorda la presunzione di innocenza e si denunciano i processi mediatici. Quando invece l'attenzione si concentra sulle ONG impegnate nei soccorsi in mare, quello stesso principio, incredibilmente, svanisce... a conferma delle qualità intellettuali di chiunque voti a destra, evidentemente gente che è dispostissima a farsi prendere per il ... naso, un giorno sì e l'altro pure!
Basta l'apertura di un fascicolo perché venga costruita una narrazione nella quale i soccorritori vengono descritti come complici dei trafficanti. Una doppia misura che finisce inevitabilmente per dimostrare che il diritto viene evocato soltanto quando risulta politicamente conveniente.
La polemica assume contorni ancor più paradossali se si ripercorrono gli episodi che hanno coinvolto la stessa Sea-Watch 5 negli ultimi mesi. L'11 maggio una motovedetta libica aprì il fuoco contro l'imbarcazione dell'organizzazione dopo il soccorso di decine di migranti in acque internazionali.
Secondo quanto denunciato dalla ONG, l'unità libica – appartenente alla Guardia costiera sostenuta anche attraverso la cooperazione internazionale con l'Italia – cercò di impedire l'operazione di salvataggio con l'uso delle armi. In quell'occasione, però, non si registrarono prese di posizione di alcun genere da parte dei fascisti al governo. Nessuna campagna politica, nessuna richiesta di chiarimenti altrettanto veemente nei confronti delle autorità libiche, nessuna citazione sull'accaduto.
Oggi, invece, la stessa nave viene improvvisamente descritta come possibile elemento del sistema criminale libico dell'immigrazione clandestina, dopo esserne stato in precedenza vittima!
Da anni le organizzazioni umanitarie contestano il Memorandum tra Italia e Libia, sostenendo che esso abbia finito per delegare il controllo delle partenze a soggetti accusati da numerose organizzazioni internazionali di violazioni dei diritti umani. Così, la strategia perseguita negli ultimi anni non ha eliminato il traffico di esseri umani, ma avrebbe semplicemente spostato il problema, lasciando il controllo delle coste libiche nelle mani di milizie e gruppi armati.
Le ONG ricordano inoltre che il numero delle vittime nel Mediterraneo continua a rimanere drammaticamente elevato e che migliaia di persone continuano a tentare la traversata nonostante gli accordi con Tripoli. Ma perché gli accordi con Tripoli non vengono denunciati alla magistratura o da essa perseguiti, visto che, di fatto (!!!) vengono pagati dei trafficanti per tenere in ostaggio dei migranti? Chiedere chiarimenti all'ex mnistro Minniti in merito, che nel Memorandum ha avuto il coraggio di scrivere, in sostanza, che i soldi regalati ai trafficanti avrebbero dovuto servire alle municipalità costiere libiche per favorire nuove attività economiche diverse dal traffico di esseri umani!
Le critiche rivolte all'esecutivo investono anche il caso di Almasri, esempio di una gestione contraddittoria della lotta ai trafficanti di esseri umani. Mentre il governo mostra una notevole durezza nei confronti delle ONG, ha nvece riaccompagnato con un volo di Stato un assassino che poco tempo fa gli stessi libici hanno condannato per gli stessi reati che il vigliacchissimo governo Meloni ha preteso di non voler capire o non voler riconoscere... ancora non è chiaro!!!
Negli ultimi anni il confronto politico sull'immigrazione si è progressivamente trasformato in uno scontro permanente sulle organizzazioni umanitarie. Ogni indagine, ogni procedimento, ogni notizia viene rapidamente inserita in una narrazione più ampia che descrive le ONG come parte integrante del problema. Ma una democrazia costituzionale dovrebbe mantenere una distinzione netta tra propaganda politica e accertamento giudiziario.
Se il comandante della Sea-Watch 5 dovesse essere riconosciuto colpevole da un tribunale con sentenza definitiva, sarà giusto prenderne atto. Fino ad allora, però, resta un indagato e non un condannato. È una differenza fondamentale.
Perché quando la politica pretende di sostituirsi ai giudici, il rischio non riguarda soltanto chi oggi è sotto indagine, ma la tenuta stessa della democrazia e, una volta tanto, il tanto celebrato presidente della Repubblica Sergio Mattarella dovrebbe ricordarlo non solo allo "spritzato" Carlo Nordio, ma anche alla premier Meloni e ai suoi strampalatissimi ministri.


