La condanna definitiva del gioielliere Mario Roggero a 14 anni e 9 mesi di reclusione per omicidio volontario avrebbe dovuto chiudere una delle pagine più controverse della cronaca giudiziaria italiana.

Tre gradi di giudizio hanno infatti ricostruito i fatti, valutato le prove e applicato la legge, arrivando alla medesima conclusione: quanto accaduto dopo la rapina che lo aveva visto vittima non rientrava nei confini della legittima difesa previsti dall'ordinamento italiano.

Eppure, anziché prendere atto dell'esito del processo, i fascisti al governo hanno scelto una strada diversa.

Da ore si moltiplicano dichiarazioni, appelli e attacchi contro la magistratura, accusata di aver perseguitato un cittadino esasperato, fino ad arrivare a invocare l'intervento del Presidente della Repubblica affinché conceda la grazia a un uomo che non ha ancora iniziato a scontare la pena inflitta con una sentenza ormai definitiva.

Non si tratta più di discutere una decisione giudiziaria. In una democrazia è sempre legittimo criticare una sentenza, proporre modifiche legislative o sostenere una diversa visione della legittima difesa. Ciò che appare profondamente preoccupante è la trasformazione sistematica dei magistrati nel bersaglio di una campagna politica costruita sull'idea che applicare la legge costituisca, di per sé, un abuso.



I fatti accertati dai giudici

La ricostruzione processuale è ormai nota. Dopo avere subito una rapina nel proprio negozio, Roggero inseguì i tre rapinatori all'esterno dell'attività commerciale e fece fuoco contro uomini che si stavano allontanando. Due morirono, mentre un terzo rimase gravemente ferito.

Le immagini acquisite agli atti del processo hanno inoltre documentato altri momenti della vicenda. Secondo quanto accertato nelle sentenze, uno dei rapinatori, già a terra, venne raggiunto dal gioielliere, che lo colpì ripetutamente con calci alla testa e alla schiena e gli puntò la pistola un’altra volta contro.

Sono proprio questi elementi, valutati nel loro insieme, che hanno portato i giudici di tre diversi gradi di giudizio a escludere la sussistenza della legittima difesa e a qualificare giuridicamente i fatti come omicidio volontario.

Non è stata quindi una decisione improvvisa, né il frutto di un singolo magistrato. È stato l'esito di un lungo percorso processuale durante il quale le prove sono state discusse, le difese ascoltate e le motivazioni approfonditamente argomentate.



La differenza tra difesa e vendetta

L'intero dibattito politico sembra ignorare un principio fondamentale del diritto penale italiano. La legittima difesa non coincide con qualsiasi reazione a un'aggressione. L'articolo 52 del Codice penale richiede che il pericolo sia attuale e che la reazione sia necessaria a respingerlo. Quando il pericolo cessa, cessano anche i presupposti che consentono l'uso della forza letale.

Questo principio non nasce da una particolare sensibilità ideologica della magistratura, ma costituisce uno dei pilastri dello Stato di diritto. Se fosse sufficiente avere subito un reato per poter inseguire gli aggressori e colpirli una volta terminata l'azione criminosa, il monopolio della forza passerebbe progressivamente dalle istituzioni ai singoli cittadini.

È precisamente ciò che il diritto moderno cerca di evitare, ma che "ministri" e "parlamentari" dell'attuale maggioranza sembrano ignorare o, addirittura, non comprendere!



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La rappresentazione di Roggero come semplice padre di famiglia travolto dagli eventi viene ulteriormente complicata da un precedente giudiziario risalente al 2005.

All'epoca il gioielliere si presentò armato presso l'abitazione del fidanzato della figlia, aggredendolo e puntando una pistola contro di lui e contro i suoi genitori. La vicenda si concluse con un patteggiamento per minaccia aggravata dall'uso dell'arma e lesioni.

Quel precedente, pur distinto dai fatti del 2021, contribuisce a delineare un quadro ben diverso dall'immagine dell'uomo mite improvvisamente sopraffatto dalla disperazione che i fascisti al governo continuano a proporre all'opinione pubblica.



La richiesta di grazia come messaggio politico

Ancora più discutibile appare la richiesta di grazia avanzata dai "soliti noti". La grazia rappresenta uno strumento eccezionale previsto dalla Costituzione, destinato a casi particolari nei quali prevalgano ragioni umanitarie o eccezionali valutazioni di opportunità istituzionale. Non costituisce un quarto grado di giudizio né uno strumento per ribaltare decisioni che non piacciono alla politica.

Invocarla immediatamente dopo una condanna definitiva, prima ancora che la pena venga eseguita, rischia di trasformare un istituto costituzionale delicatissimo in un semplice slogan elettorale. E ancor più grave è il tentativo di trascinare il Presidente della Repubblica dentro uno scontro politico che dovrebbe rimanere estraneo alla funzione di garanzia esercitata dal Capo dello Stato.


Come sempre, il bersaglio è la magistratura

E ancora una volta, il caso Roggero venga utilizzato come un nuovo terreno di scontro contro la magistratura. Da anni la destra alimenta la narrazione secondo cui i giudici sarebbero sistematicamente ostili ai cittadini che si difendono e indulgenti verso chi delinque. Una rappresentazione che trova facile consenso nell'emotività suscitata da episodi di cronaca particolarmente drammatici, ma che finisce per delegittimare una delle funzioni fondamentali dello Stato.

I magistrati non hanno scritto la legge sulla legittima difesa. Hanno applicato quella approvata dal Parlamento.

Chi ritiene che quella disciplina sia sbagliata ha tutti gli strumenti per proporne la modifica. Ciò che non può diventare normale è trasformare ogni sentenza sgradita in una prova della presunta ostilità della magistratura verso i cittadini.

Difendere il diritto significa difendere tutti

La vicenda Roggero continua a suscitare emozioni fortissime, ma la giustizia non può essere amministrata sull'onda dell'emotività o del consenso. Uno Stato di diritto si misura proprio nella capacità di applicare le stesse regole anche ai casi che dividono profondamente l'opinione pubblica. Se la legge smette di valere quando il condannato diventa un simbolo politico, allora il principio di uguaglianza davanti alla legge no vale più.

La sentenza su Mario Roggero non afferma che le vittime debbano subire passivamente la criminalità. Afferma qualcosa di diverso: che esiste un confine tra la difesa e la vendetta e che quel confine, in uno Stato democratico, non viene stabilito dalla piazza o dalla propaganda politica, ma dai tribunali chiamati ad applicare la legge.

È questo il principio che oggi viene messo sotto attacco dai soliti fascisti in cerca di consenso. Ed è questo il motivo per cui la difesa dell'autonomia della magistratura e dello Stato di diritto assume un valore che va ben oltre il singolo processo.