Altro che compattezza dell'esecutivo. La politica estera del governo Meloni è ormai una somma di distinguo, silenzi tattici e smentite di facciata. Il caso Mercosur è solo l'ultimo, clamoroso esempio di un esecutivo che procede senza una linea comune, mentre la maggioranza si sfilaccia pezzo dopo pezzo.
Dopo mesi di tentennamenti, Giorgia Meloni ha dato il via libera dell'Italia all'accordo di libero scambio tra l'Unione europea e il blocco dei Paesi del Sud America. Una decisione arrivata non per convinzione politica, ma in cambio di “diverse concessioni”, come ammettono le stesse ricostruzioni di governo. A suggellare l'operazione, il ringraziamento pubblico del presidente argentino Javier Milei, definito “amico” della premier, che ha parlato di un impegno italiano “cruciale” per il successo del negoziato. Accordo sostenuto anche dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, a conferma di una scelta calata dall'alto e blindata diplomaticamente.
Peccato che, proprio nel giorno della protesta dei trattori a Bruxelles, la Lega abbia deciso di far saltare il tavolo. Il vicepresidente del Senato Marco Centinaio ha parlato senza mezzi termini di “invasione” di prodotti sudamericani e ha annunciato un voto “decisamente contrario” al Mercosur. Alberto Bagnai ha liquidato l'accordo come “inefficace”, citando uno studio della Commissione europea che stima per l'Italia un impatto strutturale dello 0,1%. Gli eurodeputati salviniani, insieme ai camerati del gruppo dei Patrioti al Parlamento Ue, sono andati oltre: ricorso alla Corte di Giustizia europea sulla compatibilità dell'accordo con i trattati.
Una posizione che, paradossalmente, avvicina la Lega a una parte consistente delle opposizioni: Movimento Cinque Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra e Verdi europei. Il centrodestra di governo, insomma, si ritrova diviso come – e più – dell'opposizione.
A minimizzare ci pensa il camerata Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera, che nega qualsiasi “disallineamento” interno. La stessa linea difensiva già vista sul dossier Ucraina. Peccato che i numeri raccontino altro: tre parlamentari leghisti hanno già disertato o votato contro la risoluzione di maggioranza – Edoardo Ziello e Rossano Sasso con un no esplicito, Claudio Borghi con l'assenza. E il copione potrebbe ripetersi, con numeri ancora maggiori, sul decreto di proroga dell'invio delle armi a Kiev, atteso a febbraio.
Il quadro si complica ulteriormente sul fronte dei rapporti con gli Stati Uniti. Meloni si è ritagliata il ruolo di mediatrice tra Washington e un'Unione europea sempre più sotto pressione, ma l'equilibrismo si fa ogni giorno più precario. Il caso Groenlandia e quello del controverso “Board of Peace”, in aperto conflitto con le Nazioni Unite, hanno reso la posizione italiana ancora più ambigua. Nel frattempo, la Lega di Matteo Salvini applaude senza riserve ogni uscita di Donald Trump, comprese le più aggressive e irrazionali in materia di dazi.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un governo che all'estero promette affidabilità e stabilità, mentre in casa propria convive con una maggioranza che vota contro se stessa, flirta con ricorsi giudiziari contro decisioni sostenute dal premier e celebra leader stranieri in aperto contrasto con la linea ufficiale dell'esecutivo.
Altro che protagonismo internazionale. La politica estera del governo Meloni appare sempre più come una recita a soggetto, in cui ognuno parla a un pubblico diverso e nessuno si assume fino in fondo la responsabilità delle scelte. Una confusione che l'Italia rischia di pagare cara, in credibilità, peso negoziale e coerenza istituzionale.


