A fine legislatura, il tempo delle parole cede inevitabilmente il passo a quello dei bilanci. È una dinamica fisiologica della politica, ma in Italia assume contorni particolarmente netti, perché ogni promessa non mantenuta tende a sedimentarsi in un senso diffuso di sfiducia. Il governo guidato da Giorgia Meloni arriva a questo passaggio con alcune misure simboliche già sul tavolo - dal “piano casa” al cosiddetto “salario giusto” - che provano ad aggredire nodi strutturali del Paese. Ma il loro impatto reale resta, per ora, sospeso nel tempo dell’attuazione.
C’è però un terreno su cui l’attesa è molto meno paziente e molto più carica di implicazioni politiche: quello delle pensioni. Qui il confronto non è solo tecnico, ma profondamente identitario. La Legge Fornero, nel dibattito pubblico, ha da tempo smesso di essere soltanto una riforma previdenziale per diventare un totem da abbattere.
Non è un caso che il suo "superamento" sia stato uno dei pilastri retorici del centrodestra e, in particolare, di Matteo Salvini. La proposta di un ritorno ad un’età pensionabile più bassa — intorno ai 65 anni — accompagnata da assegni dignitosi, capaci di mantenere una continuità con il reddito da lavoro, intercetta una domanda reale. Non si tratta solo di numeri o di coefficienti: è una questione che tocca la percezione stessa della dignità, del lavoro e della vecchiaia.
La Legge Fornero, per alcuni, è il simbolo della responsabilità e del rigore. Per molti altri, soprattutto per coloro che vedono alzarsi di anno in anno l'asticella dell'età pensionabile, è un vero e proprio incubo, una tortura, un sacrificio imposto, percepito come un'enorme ingiustizia sociale.
L’Italia invecchia rapidamente, il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati si assottiglia, e il peso del debito pubblico limita gli spazi di manovra. Ignorare questi dati sarebbe irresponsabile. Ma altrettanto miope è affrontarli sempre nella stessa direzione: quella di un progressivo irrigidimento dei requisiti, che finisce per scaricare il costo dell’equilibrio finanziario quasi esclusivamente su chi lavora.
È qui che emerge il nodo politico più delicato. La sostenibilità, invocata come principio inderogabile, rischia di diventare una parola vuota se non viene accompagnata da un’idea altrettanto forte di equità e giustizia. In un Paese attraversato da profonde disuguaglianze, chiedere ulteriori sacrifici a chi ha carriere frammentate, salari stagnanti e scarse prospettive di mobilità sociale, rischia di alimentare una frattura già evidente.
Da tempo, una parte dell’opinione pubblica indica una strada alternativa: intervenire sulla distribuzione della ricchezza. Non è una proposta priva di criticità, tocca interessi consolidati e apre interrogativi sulla competitività e sulla fuga di capitali, ma rappresenta una domanda politica che non può essere liquidata con facilità. Spostare almeno parte del peso dagli stipendi e dalle pensioni, alle grandi rendite e ai patrimoni più elevati significherebbe ridefinire le priorità del sistema fiscale e, in ultima analisi, il patto sociale su cui si regge il Paese.
Il problema, naturalmente, non si risolve con una misura isolata. Il malessere del lavoro in Italia è stratificato: precarietà, bassi salari, discontinuità contributive. In questo contesto, la pensione non è più soltanto una fase della vita, ma diventa un’ancora di sicurezza, l’ultima promessa di stabilità in un percorso sempre più incerto. È comprensibile che milioni di cittadini guardino a questo tema con aspettative elevate e, spesso, con crescente impazienza.
La vera sfida per il governo Meloni è quindi più complessa di quanto la retorica elettorale lasci intendere. Non si tratta solo di “superare” la riforma esistente, ma di costruire un equilibrio nuovo: introdurre forme di flessibilità in uscita senza compromettere i conti, garantire equità tra generazioni evitando che i giovani paghino il prezzo delle scelte attuali, e soprattutto distinguere con chiarezza tra previdenza e assistenza, una separazione evocata da anni, ma mai pienamente realizzata.
È una quadratura del cerchio che ha messo in difficoltà governi di ogni colore politico. Ed è proprio per questo che, oggi, assume un valore decisivo. Perché se è vero che tutte le promesse si misurano con la realtà, alcune più di altre definiscono la credibilità di un’intera stagione politica.
Alla fine della legislatura, la domanda resta aperta: il centrodestra riuscirà a trasformare una delle sue bandiere più riconoscibili in una riforma concreta e sostenibile? Oppure il "superamento" della Legge Fornero continuerà a vivere nella dimensione delle intenzioni, evocato più che realizzato?
Da questa risposta dipende il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni e, in ultima analisi, la tenuta stessa del patto sociale.
L’Italia è il Paese UE con l’età pensionabile più alta: 67 anni e 6 mesi.
L’Italia è il Paese UE con gli stipendi & le pensioni più bassi.
Lavoriamo di più, guadagniamo di meno…



