Quando Giorgia Meloni è arrivata a Palazzo Chigi, lo ha fatto con una condizione rara nella storia recente italiana: una maggioranza solida, coesa e numericamente ampia. Una di quelle situazioni che, almeno sulla carta, consentono non solo di governare, ma di incidere davvero. Di cambiare le regole del gioco. Di lasciare un segno.
E invece, a distanza di anni, il giudizio che emerge da una parte crescente dell’opinione pubblica è quello di un’occasione mancata!
Le riforme annunciate si sono progressivamente sgonfiate. L’autonomia differenziata, cavallo di battaglia identitario, si è arenata anche sotto i rilievi della Corte Costituzionale. Il progetto di riforma costituzionale della giustizia si è scontrato con la realtà del consenso popolare. Il premierato, inizialmente presentato come svolta epocale, è finito nel limbo delle proposte accantonate.
Nel frattempo, alcune scelte simboliche si sono rivelate più scenografiche che sostanziali. I centri per migranti in Albania, annunciati come soluzione innovativa, sono rimasti vuoti sul piano operativo ma costosi in termini di risorse e uomini impiegati. Un’immagine che, per molti, rappresenta bene la distanza tra narrazione e risultati.
Sul fronte economico e sociale, poi, la percezione diffusa è quella di una continuità più che di una rottura. Il sistema fiscale continua a pesare soprattutto su lavoratori dipendenti e pensionati, senza quella equa redistribuzione promessa. E la tanto criticata Legge Fornero non solo non è stata superata, ma è stata ulteriormente irrigidita, alimentando frustrazione in ampie fasce della popolazione.
A questo si aggiunge un nodo cruciale che tocca direttamente la vita quotidiana degli italiani: l’inefficienza del Servizio Sanitario Nazionale. Le interminabili liste d’attesa per una visita specialistica o un accertamento diagnostico sono diventate, per molti cittadini, un ostacolo insormontabile. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: c’è chi rinuncia a curarsi e chi, potendoselo permettere, si rivolge sempre più spesso alla sanità privata. Una deriva che rischia di incrinare uno dei principi fondamentali del sistema italiano, quello dell’accesso universale alle cure.
E come se non bastasse, anche su un tema sensibile come il costo della vita quotidiana si è consumato un evidente scarto tra promesse e realtà. Il tira e molla sulle accise dei carburanti ne è un esempio emblematico: prima aumentate, in netto contrasto con gli impegni elettorali, poi parzialmente ridotte in seguito alla crisi internazionale legata alla guerra nel Golfo. Ma senza controlli efficaci lungo la filiera, con il risultato che molti distributori hanno continuato a giocare al rialzo, scaricando ancora una volta il peso sui cittadini.
Persino il Ponte sullo Stretto di Messina, evocato per anni come simbolo di modernizzazione e rilancio, è rimasto ancora una volta un progetto sulla carta!
Il punto politico, però, è forse un altro. Non tanto ciò che è stato fatto o non fatto, ma la distanza tra le aspettative create e i risultati raggiunti. Meloni aveva costruito il suo consenso sull’idea di discontinuità, di rottura con il passato, di “governo forte”. Oggi, invece, l’impressione è quella di una gestione prudente, a tratti conservativa, più attenta alla stabilità dei conti pubblici che alle reali esigenze dei cittadini.
Eppure, nonostante le critiche, la Presidente del Consiglio resta saldamente al suo posto. La legislatura prosegue, senza scosse decisive. È la dimostrazione che, nel sistema politico italiano, la tenuta parlamentare e l'attaccamento alla poltrona conta più del giudizio dei cittadini.
Ma i cittadini, si sa, presentano sempre il conto. E quel conto arriva con le elezioni.
Nel 2027, quando gli italiani torneranno alle urne, il confronto non sarà più sulle promesse, ma sui risultati. È lì che si capirà se quella che oggi appare a molti come un’occasione sprecata sarà ricordata come una fase di transizione o come un vero fallimento politico.
Perché, in democrazia, i nodi non restano mai nascosti a lungo. Prima o poi, arrivano al pettine.


