Giorgia Meloni, dopo la batosta elettorale con la quale anche i suoi elettori le hanno lanciato un primo ma significativo out-out, fa marcia indietro. Non si tratta soltanto di una correzione di rotta dettata dall’urgenza del consenso, ma del segnale, forse tardivo, anche se non è mai troppo tardi per rimediare ai propri errori quando si ha l'intelligenza e l'acume politico di ammetterli, che anche una leadership costruita su toni assertivi e decisioni nette non può ignorare il giudizio degli elettori, nemmeno di quelli che fino a ieri ne rappresentavano lo zoccolo duro.
La presa di distanza da Donald Trump sulla gestione del conflitto in Iran e il raffreddamento dei rapporti con Benjamin Netanyahu, attraverso la sospensione del rinnovo automatico del memorandum di cooperazione militare con Israele, appaiono come mosse dettate più dalla necessità che da una convinzione maturata nel tempo. Eppure, anche le scelte obbligate possono aprire spazi di riflessione: è forse il momento in cui la politica estera torna a misurarsi con un principio di prudenza e responsabilità che negli ultimi mesi era sembrato smarrito.
Ma il punto centrale, per milioni di italiani, resta un altro. Se davvero il Governo ha colto il segnale arrivato dalle urne, esso dovrà tradursi in azioni concrete sul piano interno. Lavoratori dipendenti e pensionati attendono risposte non più rinviabili: salari fermi da anni, erosi da un’inflazione che ha colpito soprattutto i beni essenziali, e un sistema pensionistico percepito come sempre più distante dalle esigenze reali delle persone.
La cosiddetta Legge Fornero continua a rappresentare, nell’immaginario collettivo, il simbolo di un equilibrio squilibrato, dove la sostenibilità dei conti pubblici sembra prevalere sulla sostenibilità della vita quotidiana elle persone. Riportare l’età pensionabile su livelli più “umani” non è soltanto una richiesta sociale, ma una questione di equità generazionale e dignità del lavoro.
Allo stesso modo, intervenire sulle retribuzioni non può più essere rimandato. Aumentare il potere d’acquisto delle famiglie significa non solo rispondere a un’emergenza sociale, ma anche sostenere la domanda interna e, quindi, l’economia nel suo complesso. Più soldi in busta paga non sono uno slogan, ma una necessità concreta in un Paese dove il costo della vita cresce più rapidamente dei redditi.
Il tempo delle scelte simboliche sembra finito.
Se la marcia indietro in politica estera è il primo segnale di un cambio di passo, la vera prova per il Governo Meloni sarà dimostrare di saper ascoltare anche sul fronte interno.
Perché, alla fine, il consenso si costruisce, e si perde, soprattutto sulla capacità di migliorare la vita quotidiana dei cittadini.


