C'è chi parla di sfortuna, e chi – più semplicemente – di responsabilità politiche. Nel caso del governo guidato da Giorgia Meloni, la linea di confine tra le due narrazioni sembra sempre più sottile, ma i numeri raccontano una storia meno indulgente.

Il mancato raggiungimento dell'obiettivo del deficit al 3% del PIL, sfiorato “per due soldi” dopo anni di disciplina fiscale da far invidia all'era Mario Monti, rappresenta molto più di una beffa statistica: è il simbolo di una strategia economica inceppata.

Restare sopra la soglia del 3% significa, in termini concreti, rimanere intrappolati nella procedura d'infrazione europea. Un vincolo che non solo limita i margini di manovra, ma affonda definitivamente il progetto – mai troppo nascosto – di una legge di bilancio acchiappavoti.

E qui la polemica diventa inevitabile. Perché se è vero che i vincoli europei sono stringenti, è altrettanto vero che le scelte di spesa sono politiche. Investire risorse in progetti controversi, come quelli legati alla gestione dei flussi migratori verso l'Albania, ha sottratto ossigeno a interventi più strutturali. La conseguenza è una maggioranza che oggi invoca flessibilità dopo aver accettato – senza colpo ferire – le regole imposte da Bruxelles, sotto lo sguardo compiaciuto della Commissione guidata da Ursula von der Leyen.

Meloni era arrivata al potere promettendo discontinuità, perfino qualche “no” a Bruxelles. Nei fatti, però, quella promessa si è trasformata in un allineamento quasi totale. Più che sovranismo, una forma di adattamento.

A complicare il quadro c'è lo scenario internazionale. Le previsioni di una nuova crisi economica – potenzialmente devastante quanto quelle del 1973 e del 2022 sommate – pesano come un macigno sull'Europa e, in misura maggiore, sull'Italia.

Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti descrive una situazione da “ospedale da campo”, con interventi tampone insufficienti di fronte a problemi strutturali. Ma se la diagnosi è lucida, la terapia resta incerta. Invocare flessibilità oggi suona come una richiesta tardiva, soprattutto per un governo che quelle regole le ha sottoscritte senza mai dar battaglia.

Sul fronte interno, la fragilità della maggioranza emerge con ancora più evidenza. Il pasticcio del decreto Sicurezza è emblematico: una costruzione normativa confusa, stratificata, destinata a lasciare strascichi politici e istituzionali.

La gestione della vicenda ha mostrato una coalizione incapace di tenere una linea comune, ostaggio delle tensioni interne – in particolare con la componente leghista – e costretta a soluzioni improvvisate. Definire “di buon senso” un impianto normativo così fragile - come ha fatto Meloni - appare, nella migliore delle ipotesi, un azzardo comunicativo.

A questo si aggiunge la sconfitta referendaria, che ha segnato un altro passaggio critico. Anche qui, la comunicazione ha giocato un ruolo decisivo: promuovere una riforma garantista con slogan improntati al pugno duro è sembrato un cortocircuito politico prima ancora che strategico.

Ma il punto più critico resta un altro: l'assenza di riforme incisive. Dopo oltre tre anni di governo, il bilancio appare modesto. Più che un cambio di passo, si è assistito a una gestione ordinaria, fatta di equilibri interni e distribuzione di incarichi. Le recenti nomine, contestate anche da osservatori tradizionalmente moderati, rafforzano l'impressione di una macchina politica più attenta alla sopravvivenza che al cambiamento.

Infine, il capitolo internazionale. La strategia equidistante tra Stati Uniti e Francia si è rivelata un esercizio di equilibrismo fallito. Il ritorno sulla scena di Donald Trump, con le sue posizioni imprevedibili, ha costretto l'Italia a riposizionarsi rapidamente, avvicinandosi al fronte europeo guidato da Emmanuel Macron.

Il risultato? Un'Italia percepita come incerta, costretta a rincorrere gli eventi più che a guidarli. E mentre Mosca continua a dettare il ritmo del confronto geopolitico, Roma appare marginale, quando non apertamente in difficoltà.

Eppure, le condizioni iniziali erano favorevoli. La vittoria elettorale netta, anche grazie agli errori del centrosinistra guidato da Enrico Letta, e il contesto internazionale avevano offerto a Meloni un'opportunità rara... da paragonare ad una supervincita al Superenalotto.

Ma quella fortuna, oggi, sembra dissipata. Tra scelte discutibili, promesse mancate e una gestione spesso contraddittoria, il governo si trova a inseguire problemi che in larga parte ha contribuito a creare.

E a questo punto, più che la sfortuna, pesa una domanda politica precisa: quanto di questa situazione è davvero casuale, e quanto invece è il risultato di decisioni sbagliate?