Tel Aviv osserva con crescente tensione le prossime mosse del presidente statunitense Donald Trump, in attesa di una decisione che potrebbe cambiare radicalmente gli equilibri regionali: un attacco militare americano contro l'Iran. È questo il tema centrale discusso nelle ultime ore dal gabinetto di guerra israeliano, secondo quanto riferito dai media locali.
L'emittente israeliana Channel 14 sostiene che, nonostante il numero relativamente contenuto di vittime tra i manifestanti iraniani (la cifra di 12mila vittime non ha finora trovato riscontri reali), in Israele prevale la convinzione che Trump sia orientato a colpire Teheran. Le valutazioni parlano di un'operazione “composita”: raid aerei contro obiettivi strategici e infrastrutture del regime, accompagnati da un massiccio attacco cibernetico per paralizzare il sistema di comando e controllo dei Guardiani della Rivoluzione. L'obiettivo non sarebbe solo militare, ma politico: alimentare le proteste interne e spingere verso una disobbedienza civile di massa.
Il vero nodo resta l'ampiezza dell'operazione. Trump opterà per un'azione limitata, una forma di pressione per costringere Teheran a negoziare sui programmi missilistici e nucleari? Oppure andrà oltre, puntando apertamente al rovesciamento del regime? A livello politico israeliano domina un ottimismo estremamente cauto. Secondo le stesse fonti, Trump sarebbe pienamente consapevole della portata storica del momento e difficilmente si accontenterebbe di un gesto simbolico.
Anche il fattore tempo è incerto. L'attacco potrebbe avvenire a brevissimo, ma non si esclude uno slittamento di alcuni giorni a causa delle complesse sfide logistiche e militari che gli Stati Uniti stanno affrontando nel Golfo. In ogni caso, a Tel Aviv l'idea è chiara: un'azione militare americana significativa contro l'Iran non è una questione di “se”, ma di “quando”.
Secondo il quotidiano israeliano Maariv, Washington punterebbe a smantellare l'asse geopolitico che lega Iran, Russia, Cina, Corea del Nord e Venezuela. Un obiettivo ambizioso che, secondo questa lettura, può essere raggiunto solo con la sostituzione completa del regime iraniano, attraverso una leadership interna e non imposta dall'esterno. Proprio per questo, gli Stati Uniti non potrebbero replicare lo scenario iracheno del 2003: la storia militare dimostra che i soli bombardamenti non bastano a far crollare un regime consolidato. La strategia, quindi, dovrebbe combinare più strumenti.
Sul fronte americano, emergono però segnali di incertezza. Il Washington Post ha riportato, citando fonti vicine alla Casa Bianca, che Trump, dietro le quinte, appare meno sicuro rispetto alla retorica pubblica. Alcune fonti parlano di un presidente “meno entusiasta” rispetto al periodo precedente all'attacco alle installazioni nucleari iraniane durante la cosiddetta “guerra dei dodici giorni” del giugno scorso. Un'altra fonte ha definito la probabilità di un attacco come “50 e 50”.
Intanto, i segnali sul terreno si moltiplicano. Secondo le applicazioni di tracciamento aereo, oggi il velivolo del primo ministro israeliano, noto come “Ala di Sion”, è decollato dalla base di Nevatim, nel sud di Israele. In passato, in situazioni di guerra, Tel Aviv ha spesso trasferito l'aereo governativo all'estero, solitamente a Cipro, per motivi di sicurezza. Le autorità israeliane hanno minimizzato, parlando di un volo di manutenzione e addestramento pianificato, ma il tempismo alimenta i sospetti.
Parallelamente, Reuters riferisce che alcuni militari statunitensi di stanza alla base di Al Udeid, in Qatar – la più grande base aerea americana in Medio Oriente – sarebbero stati invitati a lasciare la struttura entro sera. Sono stati inoltre segnalati cacciatorpediniere statunitensi nel Golfo Persico e immagini satellitari mostrerebbero la scomparsa di un bombardiere B-2 dalla base di Diego Garcia, nell'Oceano Indiano.
Trump, nel frattempo, si è rivolto direttamente ai manifestanti iraniani, definendoli “patrioti” e promettendo loro sostegno “fino in fondo”. Da parte israeliana, la linea resta netta: l'attacco americano all'Iran è solo una questione di tempo.
La reazione di Teheran non si è fatta attendere. Secondo una fonte iraniana citata da Reuters, l'Iran ha avvertito i paesi vicini – dall'Arabia Saudita agli Emirati Arabi Uniti, fino alla Turchia – che in caso di intervento militare statunitense colpirà le basi americane presenti nei loro territori. Teheran avrebbe anche chiesto agli alleati regionali degli Stati Uniti di fare pressione su Washington per impedire un attacco.
La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, in una dichiarazione postata sul sito del suo dicastero ha affermato che "chi intenda usare i disordini in Iran come pretesto per un nuovo attacco alla Repubblica islamica come quello del giugno scorso, deve essere consapevole delle conseguenze disastrose di tali azioni per la situazione in Medio Oriente e per la sicurezza internazionale globale".
Il quadro che emerge è quello di una regione sull'orlo di un'escalation potenzialmente devastante, con mosse e contromosse che lasciano poco spazio all'ambiguità: la crisi iraniana è entrata in una fase decisiva, e il margine per evitare lo scontro si sta rapidamente assottigliando.


