Nelle Residenze sanitarie assistenziali (RSA) italiane l’uso dei farmaci resta eccessivo e spesso gestito in modo non appropriato. A lanciare l’allarme è la prima indagine nazionale condotta dalla Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG) insieme ad Anaste Humanitas, che ha coinvolto 3.400 anziani in 82 strutture distribuite in 12 regioni. I dati parlano chiaro: polifarmacoterapia diffusa, interazioni pericolose frequenti e una pratica sistematica di manipolazione delle pillole che mette a rischio l’efficacia delle cure e la sicurezza di pazienti e operatori.
Ogni anziano ospite di RSA assume in media circa 8 farmaci al giorno. Un carico terapeutico elevato che espone il 42% degli assistiti ad almeno un’interazione farmacologica potenzialmente pericolosa, con situazioni estreme in cui si arriva fino a sette interferenze contemporanee. Le combinazioni più rischiose riguardano soprattutto gli psicofarmaci, il cui uso associato aumenta il rischio di cadute e può peggiorare le funzioni cognitive, in particolare nei pazienti con demenza.
Il quadro clinico degli ospiti spiega solo in parte questi numeri: età media di 85 anni, 70% donne, quasi tutti affetti da quattro o cinque patologie croniche e oltre la metà con diagnosi di demenza. È una popolazione fragile, spesso non autonoma nelle attività quotidiane, che richiede cure complesse e personalizzate. Proprio per questo, però, l’eccesso di prescrizioni diventa un problema serio.
Accanto alla polifarmacoterapia emerge un altro aspetto critico: la manipolazione dei farmaci orali. Nelle RSA analizzate vengono assunte ogni giorno circa 17mila pillole su un totale di 24mila prescrizioni. Le difficoltà di deglutizione (disfagia), molto comuni negli anziani istituzionalizzati, portano a soluzioni pratiche ma spesso sbagliate: una compressa su tre viene spezzata o triturata, mentre più di una capsula su quattro viene aperta e mescolata a cibi o bevande. Nel 13% dei casi questa manipolazione è chiaramente inappropriata, con conseguenze potenzialmente gravi.
Alcuni dei farmaci più frequentemente alterati non dovrebbero mai esserlo. Tra questi figurano la quetiapina, il pantoprazolo, l’aspirina, il trazodone e antipertensivi come bisoprololo e ramipril. Spezzare o triturare compresse a rilascio controllato o aprire capsule gastroresistenti significa alterare il meccanismo di assorbimento del principio attivo, con il rischio di sovradosaggio, sottodosaggio, perdita di efficacia o aumento della tossicità. In alcuni casi si possono verificare effetti irritanti sul tratto gastrointestinale o un peggioramento dell’aderenza terapeutica a causa del gusto sgradevole del farmaco manipolato.
Il problema non riguarda solo i pazienti. La triturazione delle pillole espone anche gli infermieri a rischi professionali: la dispersione di polveri senza adeguate protezioni può causare allergie, intossicazioni da contatto o inalazione, soprattutto nel caso di farmaci citotossici. Anche il “camuffamento” dei farmaci nel cibo non è una pratica innocua: alcune bevande e alimenti possono interferire con l’assorbimento e il metabolismo dei principi attivi, rendendo la terapia inefficace o più tossica.
Dall’indagine emerge però anche un dato positivo: la presenza del geriatra all’interno delle RSA fa la differenza. Dove questa figura è stabilmente coinvolta, le interazioni farmacologiche si riducono in modo significativo, dal 24 al 37%. È la prova che la competenza geriatrica non è un optional, ma un elemento chiave per una gestione più sicura, appropriata e personalizzata delle terapie.
Resta infine una lacuna strutturale: le raccomandazioni esistenti sulla manipolazione dei farmaci orali, come le cosiddette “Do not crush list”, non sono univoche né aggiornate. Questo vuoto normativo favorisce errori e pratiche scorrette. Secondo i promotori dello studio, servono indicazioni nazionali chiare, condivise e basate su evidenze aggiornate, capaci di guidare le decisioni cliniche nelle RSA e ridurre rischi evitabili.
Il messaggio che arriva dallo studio è diretto: meno farmaci inutili, più competenza specialistica e regole chiare sulla somministrazione. Continuare così significa accettare un livello di rischio che, per una popolazione già fragile, non è più giustificabile.


