Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è atteso negli Stati Uniti per un nuovo incontro con il presidente Donald Trump, in un momento in cui il Medio Oriente è sull'orlo di una nuova escalation. La visita avviene mentre Israele intensifica le operazioni militari non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania, Libano e Siria, e mentre tornano a crescere le tensioni con l'Iran.

L'incontro tra i due leader non si terrà alla Casa Bianca, bensì a Mar-a-Lago, in Florida, dove Trump sta trascorrendo le festività. Il colloquio è previsto per lunedì e si inserisce nel tentativo di Washington di completare la prima fase della fragile tregua nella Striscia di Gaza, nonostante le violazioni israeliane siano ormai quotidiane.

Un rapporto stretto, ma non senza attriti
Quella di Netanyahu sarà la quinta visita negli Stati Uniti in meno di dieci mesi. Nessun altro leader mondiale è stato ricevuto con altrettanta frequenza da Trump. Netanyahu ama definire l'attuale presidente americano come “il miglior amico che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca”, e in effetti durante il primo mandato Trump aveva spinto la politica estera statunitense nettamente a favore del governo israeliano: dallo spostamento dell'ambasciata USA a Gerusalemme al riconoscimento della sovranità israeliana sulle Alture del Golan, fino al taglio dei fondi all'UNRWA.

Dopo il ritorno di Trump alla presidenza, il sostegno a Israele non è venuto meno, anche se il presidente ha mostrato maggiore disponibilità a esprimere pubblicamente divergenze con Netanyahu. Washington ha comunque continuato a garantire appoggio militare e politico, inclusa la ripresa della guerra a Gaza dopo una breve tregua e il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti negli attacchi contro l'Iran nel giugno scorso.

I rapporti tra i due leader, tuttavia, non sono sempre stati lineari. Trump non ha mai perdonato del tutto a Netanyahu di aver congratulato Joe Biden per la vittoria elettorale del 2020, quando lui continuava a parlare di elezioni “rubate”. Le tensioni si sono poi riassorbite dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca nel 2024, accompagnato da una dura repressione dei movimenti pro-palestinesi negli Stati Uniti.

Gaza al centro del confronto
Uno dei temi centrali dell'incontro sarà la situazione a Gaza. L'amministrazione Trump punta a completare la prima fase del cessate il fuoco e a passare a una fase di governance, stabilizzazione e ricostruzione della Striscia. Israele, però, continua a violare la tregua: negli ultimi giorni almeno sei palestinesi sono stati uccisi in un attacco che ha colpito anche una cerimonia nuziale.

Trump sembra più interessato a presentare l'accordo come un successo diplomatico che a richiamare Israele per le sue azioni sul terreno. Intanto, all'interno del governo israeliano emergono posizioni che vanno in direzione opposta al piano americano. Il ministro della Difesa Israel Katz ha parlato apertamente di un possibile ritorno degli insediamenti israeliani a Gaza e di una presenza militare permanente, entrambe ipotesi in contrasto con il diritto internazionale e con la stessa visione di Washington.

Siria: agende divergenti
Un altro dossier delicato riguarda la Siria. Trump ha progressivamente riaperto il dialogo con il nuovo presidente siriano Ahmed al-Sharaa, revocando sanzioni e avviando una cooperazione in materia di sicurezza. Israele, invece, ha ampliato la propria occupazione oltre il Golan subito dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad, accompagnando l'avanzata territoriale con bombardamenti e raid nel sud del Paese.

Nonostante Damasco abbia più volte segnalato di non voler uno scontro diretto con Israele, Tel Aviv continua a muoversi unilateralmente. Dopo un attacco israeliano che ha causato la morte di 13 siriani, Trump ha lasciato trapelare una rara critica, sottolineando l'importanza di non compromettere la stabilizzazione della Siria. I tentativi di negoziare un accordo di sicurezza tra Israele e Siria, senza arrivare a una piena normalizzazione, si sono arenati proprio sulla questione dei territori occupati.

Iran: il rischio di una nuova guerra
La visita di Netanyahu coincide anche con un ritorno dell'Iran al centro dell'attenzione. Israele teme che Teheran stia ricostruendo le proprie capacità missilistiche dopo il conflitto di giugno, durato dodici giorni. Secondo indiscrezioni, Netanyahu intende informare Trump di possibili nuovi attacchi.

L'ala più filo-israeliana del Partito Repubblicano sta già spingendo in questa direzione, presentando i missili iraniani come una minaccia esistenziale. Trump, che aveva autorizzato attacchi contro siti nucleari iraniani sostenendo di aver “annientato” il programma atomico di Teheran, si trova però in una posizione più complessa: non esistono prove che l'Iran stia sviluppando un'arma nucleare, e il presidente ama presentarsi come un pacificatore, concentrato su altre priorità internazionali.

Secondo diversi analisti, Netanyahu potrebbe non ottenere il via libera che spera. Ma l'imprevedibilità di Trump e la presenza di falchi filo-israeliani nel suo entourage rendono ogni scenario possibile.

Un'alleanza solida, ma sotto pressione
Nonostante crescenti critiche sia a sinistra che a destra negli Stati Uniti, il sostegno istituzionale a Israele resta fortissimo. Il Congresso ha appena approvato un nuovo pacchetto di aiuti militari da 600 milioni di dollari, e l'amministrazione Trump evita accuratamente qualsiasi critica pubblica alle azioni israeliane, comprese le violazioni della tregua a Gaza e l'espansione degli insediamenti illegali in Cisgiordania.

Eppure qualcosa sta cambiando. L'opinione pubblica, soprattutto tra i giovani, è sempre più scettica. Nel Partito Democratico, candidati progressisti che mettono al centro i diritti dei palestinesi stanno sfidando figure storicamente filo-israeliane. Anche a destra iniziano a emergere fratture, come dimostrato dai recenti dibattiti interni al movimento conservatore.

Per ora, però, la realtà è chiara: Israele continua a godere di un sostegno quasi incondizionato a Washington. Le correnti stanno cambiando, ma l'alleanza tra Stati Uniti e Israele resta solida. Almeno per il momento.