Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha lanciato un implicito ultimatum all'Iran: l'amministrazione americana vuole una intesa significativa sul programma nucleare entro una decina di giorni o si troverà a dover decidere "un passo ulteriore", ovvero un attacco militare.

Lo ha detto giovedì, durante la riunione inaugurale del suo nuovo "club" internazionale chiamato ironicamente Board of Peace, che ha visto accorrere a Washington affaristi, autocrati, dittatori e delinquenti di ogni sorta da decine di Paesi in tutto il mondo, oltre ad alcuni pagliacci provenienti dall'Europa.

Trump ha descritto i negoziati con l'Iran come difficili: i suoi inviati, tra cui Steve Witkoff e Jared Kushner, ha detto che hanno svolto "incontri molto buoni" con rappresentanti iraniani nei recenti scambi indiretti in Svizzera, ma finora senza risultati concreti.

La Casa Bianca insiste che una soluzione diplomatica resta la preferita, con la portavoce Karoline Leavitt che ha detto che l'Iran sarebbe "molto saggio" a raggiungere un accordo.

Sul versante militare, secondo fonti di stampa internazionali, le forze armate statunitensi sono già in piena operatività nel Medio Oriente – con portaerei come la USS Abraham Lincoln e altre asset importanti posizionati nella regione – e pronti ad attaccare qualora Trump desse l'ordine.

La Russia ha chiesto prudenza, avvertendo che l'aumento di assetti militari statunitensi vicino all'Iran alza il rischio di escalation, invitando a dare priorità alla diplomazia.

Tehran ha risposto rafforzando proprie strutture militari e il capo supremo, Ayatollah Ali Khamenei, ha minacciato ritorsioni, definendo pericolosi gli strumenti bellici statunitensi presenti nel Golfo.

Da parte iraniana si fa anche notare che, nonostante la retorica statunitense, alcuni progressi concettuali sono stati raggiunti nei negoziati di Ginevra e Teheran potrebbe presentare una proposta formale per cercare di sbloccare l'impasse.

Negli Stati Uniti cresce la tensione politica interna. Alcuni membri del Congresso, sia democratici che repubblicani, si oppongono a un intervento militare senza l'approvazione formale del Parlamento. Questo in base alla War Powers Act del 1973 per richiedere un voto sul possibile uso della forza, sollevando dubbi sulla capacità dell'amministrazione di lanciare un'operazione senza ostacoli politici.

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha avvertito giovedì che il suo Paese risponderà con la forza all'Iran se dovesse attaccare: "Se Ali Khamenei commettesse l'errore di attaccarci, riceverà una risposta che non può nemmeno immaginare".

Un rapporto della Israeli Broadcasting Corporation di giovedì ha rivelato che gli Stati Uniti informeranno Israele se decideranno di effettuare attacchi militari contro l'Iran.

 I critici avvertono che una guerra con l'Iran sarebbe catastrofica, non solo per l'enorme dimensione demografica e militare del Paese, ma anche per le ripercussioni su troppe basi e truppe americane già schierate nel Medio Oriente.

La verità è semplice: siamo a un bivio. Se entro pochi giorni non arriverà un'intesa concreta con l'Iran, la possibilità di un'escalation militare – deliberata o accidentale – diventa reale. Il rischio non è solo diplomatico: coinvolge portaerei, missili, alleanze con Israele e una regione già instabile. La prossima settimana potrebbe decidere il futuro di un pezzo fondamentale della politica internazionale.