Si sono conclusi senza accordo i colloqui tra Stati Uniti e Iran tenutesi a Islamabad. Dopo oltre 21 ore di trattative, le delegazioni hanno lasciato il tavolo senza un'intesa per porre fine al conflitto, mettendo in serio dubbio la tenuta della fragile tregua di due settimane in scadenza il 22 aprile.
Le versioni delle due parti restano diametralmente opposte. Washington attribuisce il fallimento al rifiuto di Teheran di impegnarsi a rinunciare al programma nucleare militare. “Abbiamo bisogno di un impegno chiaro: niente armi nucleari e niente strumenti per ottenerle rapidamente”, ha dichiarato il vicepresidente JD Vance al termine dei colloqui.
Dall'altra parte, il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Qalibaf accusa gli Stati Uniti di non aver saputo conquistare la fiducia di Teheran. “È il momento che decidano se possono guadagnarsi la nostra fiducia oppure no”, ha scritto sui social, sottolineando come l'Iran abbia portato al tavolo “iniziative orientate al futuro”, ma senza ricevere garanzie adeguate.
Il cuore dello scontro resta il programma nucleare iraniano. Teheran continua a ribadire il diritto a sviluppare energia nucleare a fini civili, negando qualsiasi ambizione militare. Tuttavia, secondo molti esperti, le scorte di uranio arricchito accumulate rappresentano ormai solo un breve passo tecnico dalla capacità di produrre un'arma atomica.
Sul piano politico, pesa una sfiducia reciproca ormai strutturale. Qalibaf ha richiamato esplicitamente le esperienze di “due guerre precedenti” come motivo della diffidenza iraniana, ribadendo che la “diplomazia della forza” resta uno strumento legittimo accanto al confronto militare.
A complicare ulteriormente il quadro è il controllo dello Stretto di Hormuz, snodo strategico attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. La chiusura de facto imposta dall'Iran ha già avuto effetti devastanti sui mercati energetici globali.
Le proposte sul tavolo riflettevano questa centralità: Teheran chiedeva il controllo dello stretto e la fine delle operazioni contro i suoi alleati regionali, inclusi gli attacchi israeliani contro Hezbollah in Libano. Washington, invece, puntava a un sistema di monitoraggio internazionale e a un ridimensionamento del programma nucleare iraniano, oltre alla riapertura della rotta marittima.
Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno mostrato i muscoli sul piano militare. Due cacciatorpediniere hanno attraversato lo stretto in preparazione a operazioni di bonifica mine, anche se Teheran ha smentito l'episodio. Il presidente Donald Trump è stato esplicito: “Stiamo ripulendo lo stretto. Accordo o no, per me non cambia nulla”.
Il Pakistan, mediatore dei colloqui, tenta ora un ultimo sforzo per riaprire il dialogo. Il ministro degli Esteri Ishaq Dar ha invitato le parti a rispettare la tregua, definendola “imperativa”. Teheran si è detta disponibile a proseguire i negoziati, ma al momento non ci sono segnali concreti di una ripresa immediata.
Parallelamente, il conflitto continua a infiammare il Libano. Israele ha intensificato gli attacchi nel sud del Paese, sostenendo che la tregua con l'Iran non si applichi a quel teatro. Una posizione contestata sia da Teheran sia da Islamabad.
Nelle ultime ore, un raid israeliano ha colpito il villaggio di Maaroub, vicino a Tiro, causando sei vittime. E mentre Beirut vive una relativa tregua, nel sud del Paese le operazioni militari si fanno sempre più intense.
Il governo israeliano, guidato da Benjamin Netanyahu, spinge per un accordo che obblighi il Libano a disarmare Hezbollah. Una richiesta che si scontra con la realtà sul terreno: il movimento sciita, sostenuto dall'Iran, resta una forza militare radicata e difficilmente neutralizzabile.
Dal 28 febbraio, data di inizio della guerra con l'offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro l'Iran, il bilancio è pesantissimo: almeno 3.000 morti in Iran, oltre 2.000 in Libano, decine in Israele e nei Paesi del Golfo, con danni estesi alle infrastrutture in tutta la regione.
Il fallimento dei negoziati di Islamabad conferma una realtà ormai evidente: le distanze tra Washington e Teheran restano profonde e, senza un cambio di rotta, la tregua rischia di dissolversi rapidamente, aprendo la strada a una nuova e pericolosa escalation in Medio Oriente.


