Tra storia, identità e politica, il 25 aprile riapre ogni anno una ferita: il ruolo della Brigata Ebraica nella Liberazione e il conflitto con le polemiche su Israele.

Ogni 25 aprile, in Italia, accanto alle bandiere della Resistenza, sventolano anche quelle con la stella di David della Brigata Ebraica. Ed è proprio lì, tra memoria e attualità, che si accende una delle polemiche più dure e persistenti del dibattito pubblico italiano. Per alcuni, simbolo limpido della lotta contro il nazifascismo. Per altri, una presenza controversa, riletta alla luce delle tensioni mediorientali e delle politiche dello Stato di Israele. Una frattura che racconta molto più del passato: racconta il presente.

La Brigata Ebraica fu un’unità dell’esercito britannico costituita nel 1944 e composta da volontari ebrei provenienti in gran parte dalla Palestina mandataria. Inquadrata nell’Ottava Armata, combatté in Italia settentrionale negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale, distinguendosi in particolare nelle operazioni lungo la Linea Gotica e sul fiume Senio, tra Romagna ed Emilia.

Il contributo militare della Brigata si inserisce a pieno titolo nella campagna di liberazione dell’Italia dal nazifascismo. I suoi reparti operarono accanto alle forze alleate e ai partigiani italiani, partecipando a scontri decisivi nella fase finale del conflitto.

Dopo la guerra, parte dei suoi membri fu coinvolta nelle attività di assistenza ai sopravvissuti alla Shoah, contribuendo alla gestione dei campi profughi e alle operazioni di trasferimento verso la Palestina. In quel contesto nacquero reti clandestine di emigrazione – spesso in contrasto con le restrizioni britanniche – che facilitarono l’arrivo di decine di migliaia di ebrei europei. Oggi verrebbe chiamato traffico di esseri umani.

Parallelamente, alcuni ex combattenti entrarono nelle organizzazioni paramilitari e terroristiche ebraiche attive nella Palestina mandataria: Haganah, Irgun e Lehi. È un passaggio storico che si inserisce nella fase di crescente conflitto tra comunità ebraica e autorità britanniche, culminata nella fine del mandato e nella nascita dello Stato di Israele nel 1948.

L'esperienza militare acquisita da quei membri venne prima sfruttata in attentati terroristici contro le autorità mandatarie e poi nell'attuazione della pulizia etnica palestinese tramite il piano Dalet pianificato da Ben Gurion con attività che risalgono fino alla metà degli anni '30.

Ed è proprio qui che il nodo storico diventa politico. La memoria della Brigata Ebraica, legata alla Liberazione italiana, si intreccia inevitabilmente con il conflitto israelo-palestinese e con le politiche di apartheid e genocidio dello Stato di Israele.

Ogni anno, durante le celebrazioni del 25 aprile, emergono contestazioni che non riguardano tanto il ruolo storico della Brigata nella Seconda guerra mondiale, quanto piuttosto una critica contemporanea alle scelte politiche israeliane. 

Gli ebrei italiani, ogni 25 aprile, pretendono di esaltare la brigata ebraica nel ruolo che ebbe durante la seconda guerra mondiale, dimenticando però ciò che i suoi membri fecero dopo. Non solo. Molti di quegli ebrei pretendono pure di giustificare i crimini di Israele in quanto Stato ebraico e si indignano perché nella pubblica piazza la gente poi li contesti. E come se non bastasse, pretendono di classificare le critiche come atti di antisemitismo

Se la comunità ebraica italiana condannasse apertamente i crimini dello Stato ebraico prendendone le distanze, nessuno contesterebbe la Brigata ebraica. Invece, gli ebrei italiani giustificano e di fatto promuovono le nefandezze di Israele, al massimo - ben che vada - attribuendole a Netanyahu... come se da solo fosse in grado di compiere un genocidio!

La sfida, per una società matura, è tenere distinti i piani senza rinunciare al confronto: riconoscere il contributo storico senza trasformarlo in propaganda, e criticare le politiche contemporanee senza cadere nella generalizzazione.

Perché quando la memoria diventa terreno di scontro ideologico, non è solo il passato a essere deformato. È il presente che smette di capire se stesso. Perché gli ebrei italiani non riescono a comprenderlo?