Mentre l'Iran conferma la propria partecipazione ai colloqui di pace di Islamabad, il comportamento di Israele rischia di far saltare un negoziato già fragile, esponendo l'intera regione a una nuova e pericolosa escalation.

Da Teheran, il vice ministro degli Esteri Saeed Khatibzadeh ha annunciato che la delegazione iraniana sarà presente al tavolo negoziale, ma ha posto una condizione chiara: gli Stati Uniti devono fermare immediatamente gli attacchi israeliani in Libano. Una richiesta che non lascia spazio a interpretazioni e che evidenzia il nodo centrale della crisi.

"Qualsiasi pace nella regione deve includere il Libano, e le prossime ore saranno decisive", ha dichiarato Khatibzadeh, sottolineando come l'Iran fosse già pronto a rispondere militarmente a una violazione del cessate il fuoco nelle ultime ore. Solo l'intervento del Pakistan avrebbe evitato un'immediata escalation.

Le scelte di Netanyahu hanno creato un contesto di crescente isolamento politico di Tel Aviv da buona parte della comunità internazionale, tanto che persino il cancelliere tedesco Friedrich Merz — ha espresso preoccupazione per il rischio che le azioni israeliane compromettano ogni tentativo di stabilizzazione. Merz ha affermato che la continua campagna militare israeliana in Libano è motivo di "particolare preoccupazione" e che potrebbe causare il "fallimento dell'intero processo di pace, e questo non deve essere permesso".

Eppure, mentre si moltiplicano gli appelli alla de-escalation, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu continua su una linea che appare tutt'altro che conciliatoria. Da un lato, annuncia l'intenzione di aprire negoziati diretti con il Libano "il prima possibile"; dall'altro, pone condizioni che suonano come un ultimatum: disarmo di Hezbollah e ridefinizione degli equilibri regionali secondo gli interessi israeliani.

Una posizione che, nei fatti, rischia di svuotare di significato il tavolo di Islamabad ancora prima che i colloqui inizino. Per Teheran, infatti, Hezbollah rappresenta un attore imprescindibile, e l'esclusione del Libano dal quadro complessivo del cessate il fuoco è considerata inaccettabile.

Sul piano diplomatico, la partita si gioca anche sulla composizione delle delegazioni. Gli Stati Uniti saranno rappresentati dal vicepresidente JD Vance, mentre l'Iran potrebbe schierare il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf. Un segnale evidente del peso strategico attribuito ai negoziati.

Tra i dossier più delicati figura la sicurezza dello Stretto di Hormuz, arteria fondamentale per il commercio energetico globale. Teheran ha chiesto un protocollo condiviso, con il coinvolgimento dell'Oman e della comunità internazionale, per garantire la libertà di navigazione.

Ma mentre la diplomazia prova a costruire un'intesa, sul terreno la realtà racconta altro. Nonostante il cessate il fuoco formalmente in vigore, si registra un'intensa attività di velivoli militari statunitensi diretti verso il Medio Oriente. Una presenza che contrasta con le dichiarazioni ufficiali del comando centrale USA, che parla di sospensione temporanea delle operazioni offensive contro l'Iran.

Washington rivendica inoltre una campagna militare senza precedenti: oltre 13mila attacchi contro obiettivi iraniani, con la distruzione — secondo gli Stati Uniti — delle capacità militari convenzionali di Teheran. Una narrazione di vittoria che cozza con la persistente mobilitazione militare nella regione.

Il rischio concreto è che il tavolo di Islamabad si trasformi nell'ennesima occasione mancata, travolta da una strategia che privilegia la pressione militare rispetto al compromesso politico.

Le prossime ore saranno davvero decisive. Ma, nel frattempo, se veramente Israele non cambierà rotta, il processo di pace potrebbe naufragare prima ancora di iniziare, aprendo la strada a una nuova fase di conflitto aperto in Medio Oriente.