Dalla devastazione in Libano all’escalation con l’Iran: la strategia di Netanyahu punta al controllo totale, ma rischia di trasformarsi in un fallimento storico, politico e morale per lo Stato ebraico.
Cento raid aerei in poche ore. Trecento morti. Oltre mille feriti. E un nome che non lascia spazio a interpretazioni: “Eternal Darknesso (Oscurità Eterna)”. Non più operazioni dal lessico rassicurante o patriottico, ma una dichiarazione brutale di intenti. È questa la fotografia della nuova postura di Israele in Medio Oriente: non contenere, non negoziare, ma annientare.
L’attacco dell’8 aprile in Libano, scattato proprio mentre entrava in vigore il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, segna uno spartiacque. Non solo militare, ma politico e strategico. Perché se un tempo Tel Aviv cercava di giustificare le proprie operazioni con la retorica della difesa, oggi sembra aver abbandonato ogni ambiguità: la guerra è diventata un fine, non più un mezzo.
Il cambio di paradigma è evidente. Dalle operazioni “Protective Edge” o “Iron Swords”, che almeno formalmente richiamavano la sicurezza nazionale, si è passati a una logica molto più esplicita e inquietante. “Eternal Darkness” non promette protezione, promette distruzione. E soprattutto, la normalizza.
Nel sud del Libano, nonostante una tregua di facciata, le forze israeliane continuano a radere al suolo villaggi e infrastrutture civili. L’obiettivo dichiarato dal ministro della Difesa Israel Katz è chiaro: impedire a centinaia di migliaia di libanesi di tornare nelle proprie case, creando una zona cuscinetto permanente. Una strategia già vista a Gaza, dove intere aree sono state svuotate e rese inabitabili.
È qui che prende forma quella che molti analisti definiscono la dottrina della “sicurezza permanente”: eliminare non solo le minacce presenti, ma anche quelle future, attraverso la distruzione sistematica del tessuto civile e il controllo delle popolazioni. In altre parole, nessuna soluzione politica. Solo forza. E ancora forza.
Questa logica ha trovato la sua espressione più radicale dopo il 7 ottobre, quando il governo di Benjamin Netanyahu ha iniziato a parlare di “vittoria totale”. Una formula che, inizialmente percepita come propaganda per coprire le responsabilità politiche, si è trasformata in una linea operativa concreta: città rase al suolo, popolazioni sfollate, conflitti estesi ben oltre i confini originari.
Il punto è che questa strategia nasce dal fallimento di quella precedente. Per anni Israele ha gestito il conflitto con i palestinesi attraverso la cosiddetta gestione del conflitto: contenimento, controllo, escalation limitate. Un equilibrio precario, ma funzionale a evitare una soluzione definitiva. Il crollo di quel sistema il 7 ottobre non ha aperto la strada alla diplomazia, ma a una reazione opposta: dominare il conflitto con la forza.
E così la guerra si è allargata. Libano, Siria, Yemen, Iran. Una spirale che ha trasformato un conflitto regionale in una crisi globale. L’attacco all’Iran, sostenuto anche dagli Stati Uniti sotto la presidenza di Donald Trump, rappresenta il culmine di questa escalation: non più colpire obiettivi militari, ma tentare un cambio di regime in un Paese di 90 milioni di abitanti.
Una mossa azzardata. E fallita.
L’Iran ha retto l’urto, ha risposto militarmente e, soprattutto, ha spostato il terreno dello scontro su un piano politico. Il controllo dello Stretto di Hormuz è diventato la leva decisiva, costringendo Washington e Tel Aviv a riconsiderare le proprie posizioni. Il risultato? Un Medio Oriente più instabile, ma anche più multipolare.
E qui emerge il paradosso più evidente: la “sicurezza permanente” non produce sicurezza, ma instabilità permanente. Ogni minaccia eliminata ne genera un’altra. Ogni guerra apre un nuovo fronte. È una macchina che si autoalimenta.
Nel frattempo, anche il consenso internazionale scricchiola. Negli Stati Uniti cresce l’opposizione al sostegno militare a Israele, mentre una parte crescente dell’opinione pubblica mette in discussione le scelte del governo Netanyahu. Persino all’interno di Israele emergono crepe: sondaggi recenti mostrano una fiducia in calo sull’esito delle guerre e sull’efficacia della strategia militare.
Ma il problema è ancora più profondo. Non è solo una crisi politica o strategica. È una crisi morale.
Il linguaggio pubblico in Israele, sempre più permeato da retoriche di annientamento, riflette un cambiamento culturale inquietante. Ciò che altrove verrebbe condannato come eccesso o crimine, qui viene spesso accettato in silenzio. E questo silenzio pesa quanto le bombe.
“Non è la guerra che garantisce la sicurezza: è la paura che diventa sistema”. È questa la vera eredità della dottrina attuale.
Oggi Israele si trova davanti a un bivio storico. Le vecchie strategie sono fallite. La nuova, quella della forza totale, mostra già i suoi limiti. Eppure, manca un’alternativa politica credibile. Senza un cambio di rotta, il rischio è quello di scivolare in un vuoto strategico in cui la violenza continua, ma perde ogni scopo.
La verità, scomoda ma evidente, è che non esiste sicurezza senza politica. E non esiste stabilità costruita sulle macerie.
Se la “sicurezza permanente” è l’obiettivo, il risultato rischia di essere esattamente l’opposto: una guerra permanente. E un Medio Oriente sempre più vicino al punto di non ritorno.
Fonte: articolo di Meron Rapoport: Local Call - +972 Magazine


