I colloqui tra Stati Uniti e Iran entrano nella fase decisiva. Oggi alle 14 ora italiana – le 17 a Islamabad – prenderanno ufficialmente il via i negoziati diretti tra i due Paesi, segnando un passaggio cruciale in una crisi che da settimane tiene il mondo con il fiato sospeso.

Secondo fonti citate dall'emittente saudita Al Hadath, nelle ore precedenti si sono già svolti contatti indiretti tra le delegazioni, segnale di un dialogo che, pur tra mille diffidenze, non si è mai realmente interrotto. In parallelo, sono proseguite le consultazioni diplomatiche sotto la regia del Pakistan, chiamato a svolgere il ruolo di mediatore. Al tavolo dovrebbero sedere anche il capo di stato maggiore pakistano Asim Munir e il ministro degli Esteri Ishaq Dar, a conferma del peso strategico attribuito all'incontro.

Sul piano sostanziale, emergono già i primi segnali di possibile apertura. Una fonte iraniana di alto livello ha riferito che Washington avrebbe accettato lo sblocco di parte degli asset finanziari iraniani congelati in Qatar e in altri istituti esteri. Un gesto interpretato da Teheran come prova di “serietà” da parte americana nel voler arrivare a un'intesa. Gli Stati Uniti, tuttavia, non hanno finora confermato ufficialmente la notizia, mantenendo una linea di prudenza.

Il nodo centrale resta quello del Stretto di Hormuz, arteria vitale per il commercio energetico globale. Secondo le indiscrezioni, lo sblocco degli asset sarebbe direttamente collegato alla richiesta iraniana di garantire la sicurezza della navigazione nello stretto, più volte minacciata nelle ultime settimane. Per Teheran, insieme alla revoca delle sanzioni che da anni strangolano l'economia del Paese, si tratta di una condizione imprescindibile.

Dal canto loro, gli Stati Uniti hanno già fatto sapere in passato di essere disposti a un alleggerimento significativo delle sanzioni, ma solo in cambio di concessioni concrete sul programma nucleare e su quello missilistico iraniano. Un equilibrio delicatissimo, che rende i negoziati estremamente complessi.

A gravare sull'intero processo resta però il fattore più destabilizzante: Israele. La posizione di Benjamin Netanyahu continua a rappresentare una vera e propria incognita. Il paradosso è evidente: il conflitto con l'Iran, che oggi si tenta di disinnescare, è stato in larga parte innescato proprio dalla pressione di Tel Aviv, che ha spinto l'amministrazione di Donald Trump a un coinvolgimento diretto.

Dietro la linea dura israeliana, oltre alla storica rivalità con Teheran, vi sono anche dinamiche interne. Netanyahu, infatti, vede la sua sopravvivenza politioca stretta tra l'incognita delle prossime elezioni e il peso di una sentenza giudiziaria da cui non può sottrarsi. In questo contesto, l'escalation militare e il mantenimento di una tensione elevata appaiono, secondo molti osservatori, strumenti utili a rafforzare la propria posizione politica.

È questa la vera “spada di Damocle” che incombe sui colloqui di Islamabad. Anche nel caso in cui Stati Uniti e Iran trovassero un'intesa, resta da capire se e fino a che punto Israele sarà disposto ad accettarla. Una variabile che potrebbe trasformare un possibile accordo storico nell'ennesima occasione mancata.