Il Patto di Stabilità e Crescita dell’Unione Europea è, in sostanza, l’insieme di regole che serve a tenere sotto controllo i conti pubblici degli Stati membri dell’eurozona, imponendo limiti a deficit e debito per evitare che le scelte fiscali di un singolo Paese mettano in difficoltà l’intera area euro, e dietro la sua apparente tecnicalità c’è sempre stata una forte dimensione politica, perché significa decidere quanto uno Stato può spendere, indebitarsi e quindi anche promettere ai propri cittadini.

In Italia questo tema è diventato centrale soprattutto negli ultimi quindici anni, quando crisi economiche, pandemia e tensioni sui mercati hanno reso il bilancio pubblico un campo di battaglia permanente tra Bruxelles, i governi nazionali e l’opinione pubblica.
Eppure, il Fiscal Compact - di questo si tratta - entrò in vigore il 1º gennaio 2013 con il forte sostegno del Popolo della Libertà (PdL) in cui militava Giorgia Meloni e del Partito Democratico (PD) in cui militava Elly Schlein: il rispetto dei limiti di spesa imposti dall'UE non dovrebbe essere oggetto di polemica elettorale, non almeno da parte dei due partiti maggioritari e dei loro leader.

Nel periodo del governo Conte il Patto è stato di fatto sospeso a livello europeo per l’emergenza Covid, quindi parlare di “sforamenti” in senso classico è fuorviante, ma è vero che il deficit italiano è salito a livelli eccezionali, sopra il 9% del PIL nel 2020, perché lo Stato ha dovuto sostenere redditi, imprese e sistema sanitario per evitare un collasso economico, e questa scelta non è stata una deviazione solitaria dell’Italia ma una decisione comune dell’Unione Europea, che ha attivato la clausola di sospensione proprio per permettere questa espansione della spesa pubblica.

Il punto politico, però, è che quella stagione ha alimentato l’idea, soprattutto in una parte del dibattito interno, che i vincoli europei fossero qualcosa di aggirabile o negoziabile in modo permanente, quando in realtà erano solo temporaneamente congelati.

Con il governo Draghi il discorso è cambiato radicalmente perché, finita l’emergenza, l’Italia ha dovuto ricostruire credibilità finanziaria e riportare il deficit su traiettorie compatibili con il ritorno delle regole europee, e questo ha significato una gestione molto attenta dei conti pubblici, non basata su grandi espansioni di spesa ma su una combinazione di crescita, investimenti del PNRR e controllo del disavanzo, in un contesto in cui lo stesso Draghi, per il suo ruolo europeo precedente, era percepito come il garante della stabilità italiana dentro l’architettura dell’euro.

Dentro questo quadro le critiche ai governi Renzi e Meloni per aver rispettato il Patto risultano spesso più finalizzate al 'voto di protesta' che al dibattito politico, perché entrambi hanno operato dentro margini molto stretti senza mai mettere davvero in discussione il vincolo europeo, semplicemente scegliendo strategie diverse di gestione: Renzi in una fase di forte pressione post-crisi del debito, Meloni in una fase in cui le guerre ai confini UE (Ucraina e Palestina) hanno stravolto asset e mercati.

Questo è il vero nodo politico è interno alla sinistra italiana, dove negli anni si è consolidata una frattura tra una componente più istituzionale e pro-europea e una più critica verso Bruxelles, in particolare in settori vicini al Movimento 5 Stelle e alla CGIL.

Infatti, dieci anni fa erano le Destre ad essere critiche verso il Patto come simbolo di austerità e di compressione del welfare, costruendo un racconto in cui l’Europa viene vista come vincolo esterno piuttosto che come spazio negoziale, oggi questo approccio ha traslocato fronte, attestandosi a Sinistra.

Il risultato è che oggi il dibattito politico tende a semplificare molto un tema che in realtà è tecnico e insieme profondamente politico, perché il Patto di Stabilità non è né una gabbia assoluta né una libertà totale, ma un compromesso continuo tra sovranità nazionale e vincoli comuni.
E' in questo equilibrio che l’Italia si muove da anni cercando di conciliare promesse politiche interne, mercati finanziari e regole europee, senza che nessun governo, di destra o di sinistra, abbia mai davvero potuto ignorare fino in fondo questo perimetro: c'è un trattato da rispettare e un debito da onorare.

Andando verso le Elezioni 2027 e continuando l'attacco a Meloni non sulla politica ma sulle scelte economiche, una domanda viene spontanea: riuscirà il Centrosinistra a trovare una posizione unitaria verso l'Unione Europea e verso il Patto di Stabilità?