L'operazione "Carri di Gedeone", come è stata ribattezzata l'espansione dell'offensiva israeliana a Gaza, è – secondo il primo ministro Benjamin Netanyahu – l'ultima e decisiva fase per "completare la guerra, il lavoro" nella Striscia.
Nella conferenza stampa odierna nel suo ufficio a Gerusalemme, dai toni inequivocabili, il premier israeliano ha chiarito che l'aumento degli attacchi serve a spezzare le ultime sacche di resistenza di Hamas e a stabilire un controllo di sicurezza totale su tutto il territorio di Gaza.
"Le nostre forze stanno sferrando colpi potenti che si intensificheranno ulteriormente contro le roccaforti di Hamas ancora presenti a Gaza", ha affermato Netanyahu, sottolineando che non sono i missili di Hamas a far tremare le case israeliane vicino al confine, ma la devastante potenza di fuoco delle Forze di Difesa Israeliane!
Secondo il premier, l'obiettivo è chiaro: "Conquistare terreno, bonificarlo dai terroristi e dalle infrastrutture di Hamas", e alla fine dell'operazione, garantire che "tutti i territori di Gaza siano sotto il controllo di sicurezza israeliano" e che "Hamas sia totalmente sconfitto".
Un altro punto importante toccato da Netanyahu riguarda la gestione della crisi umanitaria, questione che ha spaccato la politica interna israeliana. A destra cresce il malcontento per la ripresa degli aiuti umanitari a Gaza, ma Netanyahu cerca di giustificare la decisione con motivazioni strategiche: evitare una catastrofe per non perdere l'appoggio internazionale, soprattutto degli Stati Uniti.
"I nostri amici più stretti, compresi senatori americani, ci dicono chiaramente che l'unica linea rossa è una crisi umanitaria a Gaza", ha dichiarato, accusando Hamas di saccheggiare gli aiuti e rivenderli per finanziare le sue attività militari.
Per rispondere a queste criticità, Netanyahu ha illustrato un piano congiunto israelo-americano – anche se l'ambasciatore USA Mike Huckabee ha specificato che si tratta di un'iniziativa americana – che prevede tre fasi: l'ingresso di cibo di prima necessità, la creazione di punti di distribuzione gestiti da aziende statunitensi, e l'istituzione di una "zona sterile" nel sud della Striscia, un'area dichiarata libera da Hamas in cui i civili potranno ricevere gli aiuti.
A chi ha chiesto della fine del conflitto, Netanyahu ha risposto con un secco "no", a meno che non vengano soddisfatte condizioni rigide e di fatto impraticabili nel breve periodo: restituzione di tutti gli ostaggi, disarmo e smantellamento di Hamas, esilio della leadership del movimento e attuazione del cosiddetto "piano Trump" per Gaza, che implica – tra le righe – un massiccio ridimensionamento della presenza palestinese nella Striscia.
Per la prima volta, Netanyahu presenta il piano del presidente USA, che prevedeva lo spostamento dei civili fuori da Gaza (piano di cui neppure Trump ha specificato condizioni e finalità), come una richiesta ufficiale israeliana per la cessazione delle ostilità. Un passo che non potrà che alimentare ulteriori tensioni sul fronte internazionale.
Netanyahu è stato categorico: chi invoca una tregua senza accettare queste condizioni, "vuole che Hamas resti al potere". E avverte che ciò porterebbe inevitabilmente a un ritorno delle atrocità: stupri, esecuzioni, bambini bruciati vivi. Il linguaggio usato è volutamente crudo, un tentativo di consolidare il fronte interno e respingere le pressioni esterne.
L'operazione Carri di Gedeone non è solo una operazione militare: è l'affermazione brutale di un progetto politico e territoriale di un pazzo criminale supportato da un esercito altrettanto criminale. Non solo Netanyahu è un criminale, anche l'esercito dello Stato ebraico è criminale perché è composto per la quasi totalità da ebrei israeliani (anche riservisti) che non si sono rifiutati e non si stanno rifiutando di continuare di compiere crimini contro la popolazione civile palestinese. Pertanto, anche lo Stato ebraico di Israele è uno Stato criminale.


