L’Europa torna a tremare sotto il rumore dei missili, ma continua a scegliere con cura chirurgica le proprie indignazioni. Nella notte tra sabato e domenica, la Russia ha lanciato contro Kiev e le aree circostanti uno dei più pesanti bombardamenti dall’inizio della guerra, usando centinaia di droni e decine di missili, tra cui l’Oreshnik, vettore ipersonico a capacità nucleare che Mosca aveva impiegato soltanto altre due volte dall’invasione del febbraio 2022. Il bilancio provvisorio è di almeno quattro morti, quasi cento feriti, decine di edifici residenziali distrutti o danneggiati, scuole colpite, musei sventrati, infrastrutture civili finite sotto il fuoco. 

Il cuore di Kiev si è risvegliato tra vetri infranti, fumo e sirene. Colpiti anche il museo nazionale d’arte ucraino e la storica sala della Filarmonica, simboli culturali della capitale. Un museo dedicato al disastro nucleare di Chernobyl è stato praticamente distrutto. Per il capo dell’intelligence ucraina Kyrylo Budanov non si tratta soltanto di guerra militare, ma di “una guerra contro cultura, memoria e identità”. Una definizione che coglie il senso politico dell’attacco russo: colpire ciò che tiene insieme la nazione ucraina, non soltanto le sue capacità difensive. 

Secondo l’aeronautica ucraina, Mosca avrebbe lanciato in poche ore seicento droni e novanta missili. Tra questi anche gli Oreshnik, ordigni a medio raggio in grado teoricamente di trasportare testate nucleari. Uno dei vettori avrebbe disperso 36 submunizioni sopra Bila Tserkva, città di duecentomila abitanti a circa sessanta chilometri da Kiev. Un salto qualitativo che ha immediatamente provocato reazioni allarmate da parte delle cancellerie occidentali. 

Germania e Regno Unito hanno parlato apertamente di “escalation”. La responsabile della politica estera europea, Kaja Kallas, ha accusato Mosca di usare “ricatto nucleare” e “terrorismo politico”. Anche la presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, ha diffuso una nota di ferma condanna, denunciando “il progressivo innalzamento del livello degli armamenti utilizzati” e ribadendo il sostegno italiano a Kiev. 

Ed è qui che emerge, ancora una volta, la gigantesca contraddizione morale e politica dell’Occidente contemporaneo. Perché le stesse cancellerie europee che parlano — giustamente — di barbarie, escalation e attacchi ai civili quando i missili russi colpiscono Kiev, mantengono invece toni prudenti, diplomatici o addirittura silenziosi davanti alla devastazione sistematica di Gaza e alle migliaia di vittime palestinesi. Due pesi e due misure che ormai appaiono evidenti a una parte crescente dell’opinione pubblica mondiale.

Quando vengono colpiti musei ucraini, l’Europa parla di “attacco all’identità culturale”. Quando vengono rasi al suolo ospedali, università, campi profughi e interi quartieri palestinesi, improvvisamente il linguaggio si fa neutro, burocratico, quasi anestetizzato. Le parole “genocidio”, “pulizia etnica” o “crimini di guerra” diventano improvvisamente impronunciabili nei palazzi del potere europeo, come se la sofferenza dei civili cambiasse valore a seconda della bandiera sotto cui vivono.

Naturalmente esistono differenze geopolitiche enormi tra il conflitto ucraino e quello israelo-palestinese. Ma il diritto internazionale dovrebbe avere un principio semplice: la vita dei civili vale sempre, indipendentemente dall’alleato strategico coinvolto. Altrimenti non si difendono i diritti umani, si difendono soltanto gli interessi geopolitici travestiti da valori universali.

Mosca sostiene che i missili abbiano colpito obiettivi militari, centri di comando e infrastrutture dell’industria bellica ucraina. Kiev replica accusando il Cremlino di terrorismo contro la popolazione civile. È la stessa dinamica narrativa che accompagna ormai quasi ogni guerra contemporanea: tutti dichiarano di colpire obiettivi militari, mentre i morti continuano ad accumularsi tra case, scuole, mercati e ospedali. 

Nella distrutta Lukyanivka, quartiere a nord del centro di Kiev, tra i palazzi anneriti e i negozi ridotti in cenere, un piccolo caffè inaugurato appena il giorno prima ha deciso di restare aperto nonostante i danni. I proprietari servivano ancora caffè tra macerie e vetri rotti. È forse questa la fotografia più potente della giornata: civili che cercano disperatamente di vivere mentre le grandi potenze trasformano intere città in scacchiere geopolitiche.

La verità è che il mondo sta entrando in una fase sempre più pericolosa, dove le guerre si moltiplicano, il linguaggio nucleare torna ad affacciarsi senza più tabù e la comunità internazionale appare incapace di applicare criteri coerenti.

E quando la coerenza morale scompare, resta soltanto la forza. Ed è sempre la popolazione civile a pagarne il prezzo più alto.