Mentre la 61ª Biennale si è aperta tra scioperi, proteste e polemiche per la presenza dei padiglioni di Israele e Russia, una mostra collaterale porta nel cuore di Venezia cento ricami realizzati da donne palestinesi nei campi profughi. Ogni pannello riproduce un’immagine della distruzione di Gaza: non fotografia, ma memoria cucita punto dopo punto.
La 61ª Biennale di Venezia si è aperta in un clima che ha poco a che fare con la ritualità elegante dei grandi appuntamenti artistici internazionali. Alla vigilia dell’inaugurazione, alcuni degli artisti più attesi hanno annunciato il rifiuto di esporre le proprie opere. Non un gesto isolato, ma una protesta organizzata: uno sciopero di 24 ore promosso dall’Art Not Genocide Alliance contro la decisione della Biennale di includere i padiglioni ufficiali di Israele e Russia. Pochi giorni prima, centinaia di attivisti avevano bloccato l’ingresso del padiglione israeliano con striscioni che accusavano l’arte di diventare strumento di “artwashing” davanti al genocidio a Gaza.
La frattura si è allargata quando la giuria di cinque membri della Biennale si è dimessa, dichiarando di non voler giudicare padiglioni riconducibili a Paesi i cui leader sono accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale. Il riferimento era esplicito: Israele e Russia. La Russia è stata riammessa dopo l’esclusione seguita all’invasione dell’Ucraina; Israele, presente con un proprio padiglione dal 1950, è rappresentato quest’anno dallo scultore israeliano di origine romena Belu-Simion Fainaru.
Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, nominato dal governo Meloni nell’ottobre 2023, ha respinto le critiche con una formula netta: «Qui l’unico veto è l’esclusione preventiva». Secondo Buttafuoco, la Biennale non deve risolvere i conflitti, ma mostrarli. Una posizione che ha però alimentato il cortocircuito politico e morale dell’edizione: può un festival internazionale limitarsi a “mostrare” quando una parte del mondo dell’arte chiede invece di prendere posizione?
Il paradosso è ancora più evidente per la Palestina. L’Italia non riconosce ufficialmente lo Stato palestinese e, di conseguenza, i palestinesi non hanno un padiglione nazionale alla Biennale. Nell’esposizione principale, curata dalla compianta Koyo Kouoh con il titolo In Minor Keys, non mancano riferimenti alla questione israelo-palestinese: all’ingresso compare la poesia If I Must Die dello scrittore gazawi Refaat Alareer, ucciso a Gaza, accanto a un’installazione del collettivo queer femminista "fierce pussy" con una bandiera palestinese smontata. Ma una rappresentanza nazionale palestinese non c’è.
C’è però una mostra collaterale, ufficialmente riconosciuta dalla Biennale, che ha scelto di occupare quello spazio simbolico lasciato vuoto. Il titolo è già una dichiarazione: “‘_____________’ * * Gaza – No Words – See the Exhibit”. Organizzata dal Palestine Museum US, porta a Venezia cento opere di tatreez, il ricamo tradizionale palestinese. Ogni pannello ricostruisce, con ago e filo, un’immagine proveniente da Gaza. Non immagini generiche, non astrazioni decorative, ma scene della distruzione, della perdita, della sopravvivenza.
A realizzarle sono state donne palestinesi che vivono nei campi profughi della Cisgiordania, del Libano e della Giordania. Il risultato è quello che gli organizzatori chiamano “l’arazzo del genocidio di Gaza”: una sequenza di cento immagini cucite a mano, in cui la tradizione popolare diventa archivio storico, prova morale, atto politico. L’arte non consola: obbliga a guardare.
Tra i curatori c’è Faisal Saleh, imprenditore palestinese-americano e fondatore del Palestine Museum US di Woodbridge, nel Connecticut. La sua storia personale attraversa l’intero Novecento palestinese. La famiglia proviene da Salama, villaggio vicino all’attuale Tel Aviv, svuotato e distrutto durante la Nakba del 1948. Saleh è cresciuto a Ramallah, ha vissuto l’occupazione israeliana della Cisgiordania nel 1967, poi si è trasferito negli Stati Uniti per studiare. Dopo una lunga carriera nel mondo degli affari, ha fondato il primo museo palestinese negli Stati Uniti.
Il senso della mostra, spiega Saleh, è costringere il pubblico a trovarsi faccia a faccia con ciò che il mondo permette che accada. Le opere non vogliono soltanto commuovere: vogliono impedire l’oblio. Vogliono trasformare immagini già viste, spesso consumate velocemente sui social, in qualcosa che resta. In qualcosa che non si può scorrere con il pollice e dimenticare dopo pochi secondi.
La scelta del tatreez è decisiva. Non si tratta solo di usare una tecnica tradizionale palestinese, ma di portare al centro della scena artistica mondiale il lavoro di donne spesso rimaste invisibili. Saleh lo dice chiaramente: l’obiettivo era portare l’arte delle donne palestinesi dei campi profughi “al livello” delle artiste degli altri Paesi. Dare loro un nome, un credito, una presenza pubblica. Non più manodopera anonima per lavori venduti da altri, ma autrici riconosciute.
Il progetto aveva anche una dimensione quasi impossibile: realizzare cento ricami in un anno. Saleh sapeva che per produrre cento opere sulla storia palestinese il museo aveva impiegato dodici anni. Ma Gaza, dice, imponeva urgenza. Ogni pannello contiene circa 55 mila punti. Una donna lavora su ciascuna immagine per due mesi e mezzo, osservandola crescere lentamente, vivendo con quella scena giorno dopo giorno. È proprio questa lentezza a cambiare il modo in cui lo spettatore guarda.
Da lontano, i ricami sembrano fotografie. Avvicinandosi, l’immagine si scompone in punti, fili, trame. La violenza non viene cancellata, ma rallentata. La fotografia mostra tutto subito; il ricamo costringe a una visione più lunga, più faticosa, più intima. E quando si pensa che quelle immagini sono state cucite da donne profughe, discendenti della Nakba, il significato si carica di un peso ulteriore: Gaza non appare come un evento separato, ma come la prosecuzione di una storia iniziata nel 1948.
Saleh rifiuta l’idea che l’arte possa restare neutrale davanti a ciò che accade. «Gaza ha rotto tutte le regole», afferma. La domanda che si è posto è brutale: come si cura artisticamente un genocidio? Non esiste un manuale, non esiste una formula. La risposta, in questo caso, è stata unire testimonianza, memoria, tradizione e denuncia. Non una mostra “su” Gaza vista dall’esterno, ma una mostra costruita attraverso mani palestinesi, storie palestinesi, dolore palestinese.
Il nodo politico resta aperto. Da una parte la Biennale rivendica il principio della non esclusione; dall’altra artisti, attivisti e curatori chiedono che esista una soglia oltre la quale la partecipazione internazionale non possa più essere considerata normale. Saleh estende il ragionamento oltre Venezia: Biennale, Eurovision, FIFA, Olimpiadi, festival cinematografici. A suo giudizio, quando uno Stato oltrepassa certi limiti nella violazione dei diritti umani, dovrebbe essere escluso dagli spazi globali che pretendono di rappresentare civiltà, cultura e convivenza.
In questo scenario, la mostra palestinese collaterale diventa il vero contro-padiglione. Non ha la forma diplomatica di una rappresentanza nazionale, non gode dello status che altri Paesi possiedono da decenni, ma si impone come presenza morale. Mentre le istituzioni discutono di inclusione, esclusione e neutralità, cento pannelli ricamati riportano al centro la domanda più semplice e più scomoda: che cosa si fa, quando l’orrore è davanti agli occhi?
A Venezia, migliaia di visitatori entrano ogni giorno nella mostra gratuita. Molti non sono arrivati per la Biennale, altri forse non conoscono a fondo il dibattito sui padiglioni, sulle dimissioni della giuria, sulle accuse di artwashing. Ma davanti a quelle immagini cucite, la distanza si riduce. Il ricamo, arte domestica e collettiva, diventa linguaggio universale. Non urla, non sloganizza, non semplifica. Mostra. E proprio perché mostra lentamente, resta.
Crediti: fonte e foto da +972 Magazine


