Doveva essere il simbolo di una tregua. Doveva rappresentare il limite oltre il quale l'esercito israeliano avrebbe progressivamente arretrato durante il cessate il fuoco concordato nell'ottobre scorso tra Israele e Hamas. Invece, per centinaia di migliaia di palestinesi della Striscia di Gaza, la cosiddetta "Linea Gialla" è diventata l'emblema di una realtà diametralmente opposta: non un ritiro, ma un'avanzata militare continua.
Mentre la diplomazia internazionale continua a parlare di cessate il fuoco, negoziati e mediazioni, sul terreno la situazione raccontata dai residenti palestinesi appare molto diversa. Le aree controllate direttamente dalle forze israeliane non si starebbero riducendo, come previsto dagli accordi, ma espandendo progressivamente, alimentando il sospetto che la tregua sia stata utilizzata per consolidare una nuova geografia dell'occupazione.
Secondo le testimonianze raccolte nelle ultime settimane, Israele controllava inizialmente circa il 53% del territorio della Striscia dopo l'entrata in vigore della tregua. Oggi quella percentuale avrebbe superato il 60%, mentre il governo guidato da Benjamin Netanyahu avrebbe già indicato come obiettivo il raggiungimento del 70% del territorio sotto controllo militare israeliano.
Una prospettiva che, se confermata, trasformerebbe quello che era stato presentato come un cessate il fuoco temporaneo in una vera e propria ridefinizione permanente della geografia di Gaza.
La strada della paura
Uno dei simboli più evidenti di questa trasformazione è la strada Salah Al-Din, arteria fondamentale che attraversa la Striscia da nord a sud.
Per anni è stata una delle principali vie di collegamento per la popolazione civile. Oggi, secondo i residenti, è diventata una zona in cui ogni spostamento può trasformarsi in una roulette russa.
Khalil Al-Sayed, autista da oltre trent'anni, racconta una quotidianità scandita dall'incertezza. Ogni mattina i conducenti si telefonano per verificare se la strada sia ancora percorribile, se siano comparsi carri armati, se ci siano stati spari durante la notte.
Non esistono più certezze. Esiste soltanto la necessità di lavorare e la paura costante di non fare ritorno a casa.
Le testimonianze descrivono colonne di carri armati che emergono improvvisamente dalle zone occupate, costringendo gli automobilisti a deviare verso la costa per evitare il contatto diretto con le forze israeliane. Una situazione che, in teoria, non dovrebbe verificarsi durante una tregua.
Eppure continua a verificarsi quotidianamente.
Khan Younis sotto pressione
Anche a Khan Younis, una delle principali città del sud della Striscia, la popolazione osserva con crescente angoscia l'avvicinarsi della Linea Gialla.
Le zone orientali della città erano già state devastate nei mesi precedenti. Tuttavia il centro urbano aveva lentamente ricominciato a vivere grazie alla riapertura di piccoli negozi e attività commerciali. Ora anche questa fragile ripresa sembra minacciata.
Negli ultimi giorni sono comparsi nuovi blocchi di cemento gialli installati dall'esercito israeliano nelle aree orientali della città. Per molti residenti quei blocchi rappresentano un messaggio inequivocabile: prepararsi a un nuovo sfollamento.
Mohammed Al-Bayuk è uno di loro. Dopo aver trovato la propria abitazione distrutta al termine dei combattimenti più intensi, aveva deciso di montare una tenda sulle macerie pur di restare vicino alla sua terra. Oggi è costretto a cercare un nuovo rifugio nella già sovraffollata zona costiera di Al-Mawasi.
La sua denuncia è particolarmente significativa perché evidenzia una contraddizione che sempre più osservatori internazionali faticano a ignorare: come può una popolazione essere costretta a fuggire nuovamente durante un cessate il fuoco?
È una domanda che molti palestinesi rivolgono non soltanto a Israele, ma anche ai mediatori internazionali che avevano garantito il rispetto degli accordi.
Rafah, la città proibita
Ancora più drammatica appare la situazione di Rafah. Salem Awad, padre di sei figli, racconta di non poter rientrare nella propria città da quasi tre anni. Vive in una tenda ad Al-Mawasi e descrive l'avanzata della Linea Gialla come una partita a scacchi giocata sulla pelle dei civili.
Ogni settimana i blocchi di cemento si avvicinano. Ogni settimana nuove aree diventano inaccessibili. Ogni settimana nuove famiglie sono costrette a spostarsi.
La paura principale riguarda il fatto che qualunque presenza civile nelle vicinanze della linea possa essere considerata una minaccia dalle forze israeliane, trasformando uomini, donne e bambini in potenziali bersagli.
Le sue parole restituiscono il senso di una popolazione intrappolata in una condizione paradossale: vivere in una tregua che continua ad assomigliare a una guerra.
Case demolite e ritorno impossibile
Le testimonianze provenienti dall'area orientale di Deir Al-Balah aggiungono un ulteriore elemento di preoccupazione. Ahmed Al-Saeed racconta che la sua famiglia era tornata nella propria abitazione all'inizio del cessate il fuoco perché l'area non rientrava nella cosiddetta Zona Gialla.
Poi è arrivato un ordine di evacuazione.Pensavano si trattasse di uno spostamento temporaneo.
Pochi giorni dopo, però, hanno assistito alla demolizione di ciò che restava delle loro case. L'area è stata inglobata nella nuova fascia controllata militarmente e dichiarata off-limits.
Per molte famiglie questa è forse la ferita più profonda: non soltanto essere costrette a lasciare la propria casa, ma vedere cancellata materialmente la possibilità di un ritorno.
Il silenzio della comunità internazionale
La questione della Linea Gialla sta mettendo in evidenza anche un altro aspetto controverso: il sostanziale silenzio della comunità internazionale.
Mentre i governi occidentali continuano a ribadire il proprio sostegno agli accordi di cessate il fuoco, sul terreno i palestinesi denunciano un'espansione territoriale costante e la prosecuzione degli sfollamenti forzati.
Le immagini dei blocchi di cemento gialli che avanzano verso ovest sono diventate il simbolo di una realtà che appare incompatibile con il concetto stesso di tregua.
Per i residenti di Gaza, la domanda è sempre la stessa: se durante un cessate il fuoco si continua a perdere terra, case e libertà di movimento, che differenza c'è rispetto alla guerra? È una domanda scomoda, ma inevitabile.
Ed è una domanda alla quale il governo Netanyahu, finora, non ha fornito una risposta convincente.
Fonte: Ruwaida Amer, giornalista freelance che vive a Khan Younis


