C’è un punto oltre il quale una democrazia smette di difendere se stessa e comincia a somigliare sempre più a ciò che dice di combattere. Quel punto, oggi, Israele sembra aver deciso di oltrepassarlo senza neppure preoccuparsene troppo. La nuova legislazione approvata dalla Knesset sul ripristino della pena di morte non rappresenta tanto un irrigidimento repressivo dopo il 7 ottobre, quanto un salto inquietante verso una giustizia d’eccezione costruita esplicitamente per colpire una sola popolazione, quella palestinese.
Il Parlamento israeliano ha infatti approvato una legge che istituisce un tribunale militare speciale incaricato di processare i palestinesi accusati di aver partecipato agli attacchi del 7 ottobre e ai sequestri di ostaggi. Non si tratta di normali processi penali. Il nuovo meccanismo prevede giudici nominati dall’apparato militare, procedure accelerate, possibilità di derogare alle regole ordinarie sulle prove e perfino processi collettivi trasmessi pubblicamente. Soprattutto, questi tribunali potranno infliggere la pena di morte tramite impiccagione.
Impiccagione. Nel 2026. Nel Paese che da decenni rivendica il proprio ruolo di “unica democrazia del Medio Oriente”.
La legge arriva dopo un altro provvedimento già entrato in vigore nella Cisgiordania occupata, che di fatto introduce la pena capitale per chi venga accusato di aver ucciso un cittadino israeliano “con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele”. Tradotto: la norma si applica ai palestinesi e non agli israeliani ebrei. Due sistemi giudiziari distinti, due livelli di diritti, due umanità differenti davanti alla legge. È la codificazione di una discriminazione etnica e politica che numerose organizzazioni internazionali descrivono ormai apertamente come apartheid giuridico.
Ancora più impressionante è il consenso politico raccolto dalla misura. Se sulla legge del 30 marzo vi erano state divisioni, sul nuovo tribunale speciale si è creata una convergenza quasi totale dell’arco sionista israeliano. Il testo è passato con 93 voti favorevoli e nessun voto contrario, dopo l’uscita dall’aula dei partiti arabi e l’astensione degli ultraortodossi ashkenaziti. Destra e opposizione unite nella richiesta di processi speciali e condanne esemplari. Quando si tratta di vendetta contro i palestinesi, la politica israeliana sembra improvvisamente dimenticare ogni differenza ideologica.
Eppure nessuno può negare la gravità dei crimini commessi il 7 ottobre. Oltre 800 civili israeliani furono deliberatamente uccisi negli attacchi guidati da Hamas: un massacro che costituisce una violazione evidente del diritto internazionale umanitario e che deve essere perseguito. Ma proprio perché si parla di crimini gravissimi, la risposta dovrebbe essere una giustizia rigorosa, trasparente, fondata sul diritto e non sull’isteria collettiva. Invece la Knesset sembra voler costruire una macchina giudiziaria dove la rapidità conta più delle garanzie e dove la spettacolarizzazione della punizione sostituisce l’accertamento della verità.
Ma vi è un nodo ancor più devastante: queste condanne rischiano di basarsi su confessioni ottenute sotto tortura!
Negli ultimi mesi le denunce sulle condizioni dei detenuti palestinesi si sono moltiplicate. Organizzazioni per i diritti umani, avvocati, ex detenuti e medici hanno documentato pestaggi, scariche elettriche, privazione del sonno, violenze sessuali, posizioni di stress prolungate, minacce e umiliazioni sistematiche. Migliaia di palestinesi arrestati a Gaza dopo il 7 ottobre sono stati poi rilasciati senza accuse, segno evidente di una campagna di arresti indiscriminati. Tra i fermati figurano medici prelevati negli ospedali, civili arrestati nei punti di distribuzione degli aiuti umanitari, commercianti e semplici passanti.
In un simile contesto, limitare il diritto della difesa ad accedere e contestare le prove significa spalancare le porte agli errori giudiziari. Peggio ancora: significa creare le condizioni perfette per esecuzioni di innocenti.
E qui emerge il paradosso storico e morale più sconvolgente. Lo Stato nato anche dalla memoria della persecuzione e dell’arbitrio assoluto sembra oggi disposto a introdurre tribunali speciali etnicamente orientati, con garanzie ridotte e condanne capitali accelerate. Non è un’accusa propagandistica: è ciò che emerge dal testo della legge stessa. I giudici potranno derogare alle normali regole procedurali “per ragioni di efficienza”. Le udienze potranno svolgersi in videoconferenza senza la presenza fisica degli imputati. Alcuni processi potrebbero addirittura essere celebrati senza nemmeno collegare i detenuti da remoto.
Dal 1962, anno dell’esecuzione del criminale nazista Adolf Eichmann, Israele non ha più applicato la pena di morte. Persino le vecchie normative prevedevano livelli di garanzia elevatissimi, compresa l’unanimità di almeno cinque giudici di provata esperienza. Oggi invece basterà la maggioranza di tre giudici militari con indipendenza limitata.
È difficile non vedere in tutto questo una deriva profonda. Punire il terrorismo è legittimo. Punire collettivamente un popolo, costruendo tribunali speciali e riducendo le garanzie fondamentali, significa invece imboccare la strada dell’autoritarismo etnico. E quando uno Stato accetta che la giustizia possa piegarsi alla vendetta, non sta più difendendo il diritto: sta solo alimentando un nuovo ciclo di odio e morte.
Perché la storia insegna una lezione brutale: ogni volta che si crea una categoria umana privata delle stesse tutele giuridiche degli altri, la barbarie non tarda ad arrivare.
Crediti immagine: i due disturbati mentali nella foto sono Itamar Ben-Gvir e la moglie


