Il tema delle pensioni torna ciclicamente al centro del dibattito pubblico, ma mai come oggi rappresenta una misura esatta della distanza tra le promesse elettorali e le scelte concrete del governo Meloni. Dopo anni di proclami contro la Legge Fornero, indicata come il simbolo di un’ingiustizia sociale da cancellare, l’esecutivo non solo ne ha confermato l’impianto, ma ne ha persino irrigidito gli effetti, innalzando l’età pensionabile fino a 67 anni e 3 mesi. Una “abolizione” al contrario, che colpisce ancora una volta lavoratrici e lavoratori.

Il sistema previdenziale resta così imprigionato nel meccanismo contributivo, un modello che scarica interamente sul singolo individuo il rischio della precarietà lavorativa e dei bassi salari. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: le pensioni di domani non garantiranno più un tenore di vita paragonabile a quello degli ultimi anni di lavoro. Un paradosso evidente, se si considera che proprio nella fase più avanzata della vita aumentano bisogni e necessità, a partire da quelli legati alla salute.

E qui emerge un’altra contraddizione strutturale. In un Paese che invecchia, il Servizio Sanitario Nazionale viene progressivamente definanziato, diventando sempre meno capace di assicurare cure tempestive e di qualità a chi non può permettersi la sanità privata. Pensioni più basse e sanità pubblica più debole costituiscono una miscela socialmente esplosiva, che rischia di trasformare la vecchiaia in una condizione di insicurezza permanente.

Il governo Meloni aveva promesso di restituire dignità al lavoro e serenità al futuro. Ma sul fronte previdenziale ha scelto la strada opposta: più anni di lavoro, assegni più magri e meno tutele. Una scelta politica precisa, che segna l’ennesima occasione mancata per costruire un sistema equo, solidale e all’altezza delle sfide demografiche e sociali del Paese.

Ne parliamo con il Dottor Gregorio Scribano, opinionista politico e attento osservatore delle dinamiche economiche e sociali del Paese, che analizza le scelte del governo, le contraddizioni della maggioranza e le prospettive future per milioni di lavoratori italiani, collocando il tema pensionistico dentro una più ampia crisi di credibilità della politica.

Dottor Scribano, l’opposizione ha parlato di “tradimento” delle promesse elettorali del centrodestra sul tema delle pensioni. Perché il maggiore partito di opposizione, il PD, per bocca della sua segretaria Elly Schlein, ha usato parole così dure?
Perché sulle pensioni non si scherza. Qui non parliamo di bonus o di misure spot, ma dei sacrifici di chi ha lavorato per quarant’anni e oltre. Sul tema previdenziale si sta consumando uno dei tradimenti più evidenti delle promesse elettorali del centrodestra. In campagna elettorale si parlava di superamento della Fornero, di maggiore flessibilità in uscita, di attenzione ai lavori usuranti e alle carriere discontinue. Nei fatti, ci siamo trovati davanti a un tentativo di ulteriore irrigidimento del sistema.

Detto questo, è anche legittimo chiedersi se chi oggi, dall’opposizione, grida al “tradimento”, domani – qualora tornasse al governo – non farebbe lo stesso o persino peggio. La storia recente insegna che sulle pensioni la continuità tra governi è spesso maggiore delle differenze ideologiche.

La presidente Meloni sembra però aver fatto marcia indietro sulla riforma previdenziale. Come interpreta questo cambio di rotta?
Giorgia Meloni non è una sprovveduta. Ha percepito chiaramente il rischio politico e sociale di quella scelta. Ha sentito, per usare un’espressione efficace, “puzza di bruciato”. Nel passaggio chiave in Senato la manovra di bilancio ha cambiato rotta e la novità più eclatante è stata l’uscita di scena dell’intero pacchetto previdenziale.

Sono saltate tutte le misure più controverse: dalle finestre d’uscita più penalizzanti al Tfr per i nuovi assunti, fino al riscatto della laurea. È stata una ritirata in piena regola, dettata non tanto da una revisione culturale, quanto dal timore di un impatto elettorale devastante.

Che ruolo ha avuto la Lega in questa retromarcia?
Un ruolo decisivo, ma anche profondamente contraddittorio. La Lega, che ricordiamo aveva presentato – con il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon – una proposta di legge per destinare su base volontaria il Tfr come leva per anticipare l’uscita dal mondo del lavoro, si è improvvisamente scoperta rigorista sui conti pubblici e subito dopo paladina dei lavoratori.

Di fronte al malcontento crescente, ha annunciato che non avrebbe votato il testo se quelle norme non fossero state ritirate. Questo ha innescato uno scontro interno durissimo, che ha avuto come vittima politica il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.

In che senso parla di una delegittimazione del Ministro Giorgetti?
Giorgetti è stato letteralmente lasciato solo. È finito schiacciato dal tentativo affannoso di Matteo Salvini di salvare la faccia, disconoscendo una stretta pensionistica contenuta in un emendamento governativo che la Lega stessa aveva approvato poche ore prima. È l’immagine plastica di una maggioranza che fatica a tenere una linea comune e che usa il tema delle pensioni come terreno di propaganda interna.

Alla fine, quindi, cosa cambia concretamente per chi andrà in pensione?
Nel brevissimo periodo, nulla. Le pensioni non verranno toccate. Ma attenzione: resta intatta la Legge Fornero in tutta la sua drammaticità. L’età pensionabile continua a essere legata a doppia mandata alla speranza di vita calcolata dall’Istat, un parametro astrattamente razionale ma socialmente ingiusto e del tutto discutibile.

Perché ritiene ingiusta e discutibile la 'speranza di vita'?
Perché la media statistica non racconta la realtà delle persone. Mi viene sempre in mente Trilussa con la sua “Statistica di un pollo a testa”: sulla carta mangiamo tutti un pollo, ma nella realtà c’è chi ne mangia tre o quattro e chi resta a bocca asciutta. Tradotto: non tutti i lavoratori arrivano a età avanzatissime, soprattutto chi ha svolto lavori gravosi. E una parte consistente non arriva nemmeno a riscuotere la prima pensione.

C’è poi il nodo economico degli assegni pensionistici.
Esatto, ed è forse il punto più sottovalutato. Con il sistema contributivo non solo si va in pensione più tardi, ma si percepisce un assegno di gran lunga inferiore agli ultimi stipendi. Proprio quando si invecchia, proprio quando servirebbero più risorse, aumentano gli acciacchi, le spese sanitarie e i bisogni assistenziali che il Servizio Sanitario Nazionale, sempre più in affanno, non riesce a coprire adeguatamente.

Paradossalmente, quindi, la Fornero oggi appare come il male minore?
Paradossalmente sì. Da come si erano messe le cose, meglio la Fornero rispetto a ciò che il governo Meloni aveva inizialmente in mente di fare. Ma sia chiaro: questa non è una soluzione, è una tregua armata. La Fornero resta una riforma emergenziale trasformata in struttura permanente.

La partita sulle pensioni è davvero chiusa?
Assolutamente no. È solo rimandata. La questione pensionistica tornerà con forza alle soglie delle prossime elezioni politiche. E lì gli italiani giudicheranno l’operato del governo non sugli slogan, ma sui fatti. Sulle pensioni, più che altrove, non basteranno più le retromarce né le promesse: servirà una visione giusta, seria, equa e sostenibile. Sostenibile non solo per le casse dello Stato, ma soprattutto per le tasche dei lavoratori italiani.