Il fenomeno del linguaggio d’odio online (hate speech) è oggi uno dei temi centrali nello studio delle piattaforme digitali. Non si tratta solo di insulti isolati, ma di un sistema comunicativo che può influenzare opinioni, comportamenti e relazioni sociali.

La Mappa dell’Intolleranza 9, realizzata nell’ambito del progetto Vox Diritti in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano e altri partner scientifici, analizza circa 2 milioni di contenuti pubblicati su X (ex Twitter) tra gennaio e novembre 2025.

Il dato di fondo è chiaro: il 56% dei contenuti analizzati è negativo, una percentuale quasi identica all’anno precedente (57%). Questo indica che l’odio online non è un’eccezione, ma una componente stabile del discorso digitale.

Abbiamo intervistato il Dott. Gregorio Scribano, esperto di comunicazione e analisi dei fenomeni digitali, per capire meglio cosa sta succedendo nel linguaggio online.

Dottor Scribano, qual è, secondo lei, il dato più significativo che emerge da questa nuova edizione della ricerca?

Il dato più importante non è tanto una singola percentuale, ma la stabilità del fenomeno. Il fatto che circa più della metà dei contenuti analizzati sia negativa e che questa percentuale resti praticamente invariata rispetto all’anno precedente ci dice una cosa molto semplice ma anche molto preoccupante: l’odio online non è un’eccezione, non è una fase passeggera, ma è diventato parte della struttura stessa della comunicazione digitale.

Quello che cambia, semmai, è la forma. L’odio oggi è meno diretto rispetto al passato, meno riconoscibile a prima vista, ma proprio per questo più insidioso. Non sempre si manifesta con insulti espliciti: spesso si nasconde in ironie, allusioni, generalizzazioni. Ed è proprio questa trasformazione che lo rende più difficile da individuare e contrastare.

Uno dei punti innovativi della ricerca riguarda la cosiddetta “viralizzazione dell’odio”. Cosa significa in concreto?

 Quando parliamo di viralizzazione intendiamo il modo in cui un contenuto si diffonde rapidamente e raggiunge molte persone. La novità di questa ricerca è che mostra come questa diffusione non sia affatto casuale.

L’odio online non si propaga semplicemente perché “piace” o perché viene condiviso spontaneamente da tanti utenti. Al contrario, segue dinamiche ricorrenti, quasi riconoscibili: alcuni account funzionano da amplificatori, rilanciano sistematicamente certi contenuti, mentre altri li commentano o li riprendono contribuendo ad aumentarne la visibilità.

Questo ci porta a un punto fondamentale: non siamo di fronte a una diffusione organica e neutra, ma a una rete di interazioni che tende a concentrare e moltiplicare l’impatto dei contenuti d’odio. In altre parole, l’odio non si diffonde “da solo”, ma viene spesso amplificato da strutture ripetitive e riconoscibili.

La ricerca introduce anche il concetto di “deumanizzazione”. Come possiamo spiegarlo in modo semplice?

La deumanizzazione è uno dei meccanismi più delicati e pericolosi che emergono. In termini semplici, significa smettere di vedere l’altra persona come un essere umano completo, con una storia e una dignità, e iniziare a descriverla come qualcosa di “meno umano”.

Questo avviene attraverso il linguaggio: quando si usano termini che riducono le persone a categorie rigide, a stereotipi o addirittura a immagini animali o degradanti, si compie un passaggio importante. Non si sta più criticando un comportamento, ma si sta mettendo in discussione l’umanità stessa dell’altro.

Il problema è che questo tipo di linguaggio abbassa la soglia di empatia. Se qualcuno viene percepito come “meno umano”, diventa anche più facile giustificare aggressioni verbali o esclusioni simboliche.

La ricerca mostra che la deumanizzazione è molto diffusa. Che cosa significa questo, dal punto di vista sociale?

Significa che non siamo di fronte a episodi isolati o a forme estreme e sporadiche di odio, ma a qualcosa che entra stabilmente nel linguaggio quotidiano delle piattaforme digitali. Il fatto che, su 26.844 tweet analizzati, la deumanizzazione sia presente in più di un terzo dei contenuti ci dice chiaramente che non si tratta di una deviazione marginale, ma di un elemento strutturale del discorso ostile online.

In termini semplici, vuol dire che l’idea di “togliere umanità” alle persone non è eccezionale, ma ricorrente. E soprattutto non avviene sempre allo stesso modo: ogni gruppo sociale colpito dall’odio sviluppa una propria “grammatica” della deumanizzazione. In alcuni casi si usano parole legate alla biologia o alla disabilità trasformate in insulti generici; in altri si ricorre a metafore animali o a immagini che cancellano completamente l’identità individuale delle persone.

Questo ci fa capire una cosa importante: l’odio non è uniforme, ma adattivo. Cambia linguaggio a seconda del bersaglio, ma mantiene sempre lo stesso obiettivo, cioè ridurre la complessità degli individui a uno stereotipo semplificato.

Se entriamo ancora più nel dettaglio, vediamo differenze molto nette tra le varie categorie.

Nell’abilismo o capacitismo, per esempio, una forma di discriminazione rivolta a persone con disabilità, la deumanizzazione raggiunge livelli altissimi, con un’incidenza dell’80,7%, e si manifesta soprattutto attraverso la cosiddetta “biologizzazione”, cioè l’uso di termini come cerebroleso, mongoloide o handicappato che non descrivono più condizioni reali, ma diventano insulti generici contro chi viene percepito come “diverso” dalla norma.

Nella xenofobia, invece, la deumanizzazione si esprime soprattutto attraverso l’animalizzazione, che arriva al 71% dei casi. Nell’islamofobia emerge un meccanismo ancora più complesso: si accusa l’altro di disumanizzare, ma allo stesso tempo lo si disumanizza proprio attraverso questa accusa.

Infine, nell’antisemitismo si osserva un aumento sia quantitativo che qualitativo dei contenuti: si passa dal 27% del 2024 al 29% del 2025, e in un contesto di crescita complessiva del corpus questo significa un incremento reale dei volumi. Inoltre, la categoria più colpita non è l’ebreo in generale, ma l’ebreo identificato come “sionista”, con co-occorrenze linguistiche che associano il termine a verbi estremamente violenti come odiare, sterminare, cacciare e ammazzare.

Tutto questo conferma che la deumanizzazione non è un fenomeno uniforme, ma una struttura flessibile dell’odio, che si adatta ai diversi bersagli ma ne mantiene intatta la funzione: cancellare l’umanità dell’altro per renderlo più facilmente attaccabile.
Un tema molto discusso riguarda la misoginia online. Cosa emerge da questa edizione?
 Il dato sulle donne è particolarmente interessante perché mostra una contraddizione apparente. Da un lato, la percentuale di contenuti negativi rivolti alle donne sembra diminuire rispetto all’anno precedente. Dall’altro, però, questo non significa affatto che il fenomeno sia in riduzione.

Quello che osserviamo è una trasformazione: la misoginia diventa meno esplicita e più normalizzata. In altre parole, gli insulti diretti diminuiscono, ma aumentano gli stereotipi, le allusioni e le forme indirette di svalutazione. Questo rende l’odio meno visibile, ma più pervasivo.

Un altro elemento molto significativo è che una parte rilevante di questi contenuti viene prodotta anche da donne. Questo non va letto in modo semplicistico, ma come possibile effetto di un meccanismo di interiorizzazione degli stereotipi: quando certi modelli culturali diventano così diffusi, possono essere assorbiti e riprodotti anche da chi ne è vittima.

La ricerca segnala anche che i contenuti prodotti da donne, quando sono ostili, tendono ad avere più interazioni. Come si interpreta questo dato?

È un dato che va letto con attenzione. Non significa che esista una “maggiore responsabilità”, ma che i meccanismi di diffusione online sono complessi.

I contenuti ostili prodotti da donne, pur essendo numericamente inferiori, tendono a generare più interazioni rispetto a quelli prodotti da uomini. Questo indica che la viralità non dipende solo da chi produce il contenuto, ma da come quel contenuto viene percepito e rilanciato dalla rete.

In altre parole, l’ecosistema digitale amplifica in modo diverso i contenuti a seconda di molte variabili, e questo ci dice che il problema non è solo individuale, ma sistemico.

Infine, perché è importante studiare fenomeni come questi?

Perché il linguaggio non resta mai confinato al digitale. Quello che si normalizza online tende a influenzare anche il modo in cui pensiamo e parliamo nella vita quotidiana.

Se certe forme di stereotipo o di disumanizzazione diventano familiari, rischiano di perdere la loro percezione di inaccettabilità. Ed è proprio questo il punto più delicato: quando l’odio diventa “normale”, smette di essere percepito come tale.

Per questo studiare questi fenomeni non è solo un esercizio accademico, ma un modo per capire come si trasformano le relazioni sociali e culturali nel tempo.

In buona sostanza, da questa analisi emerge un quadro chiaro: l’odio online non è in diminuzione, ma si sta evolvendo. Diventa più sofisticato, più difficile da riconoscere e più radicato nelle dinamiche della comunicazione digitale.

Capirne le forme e i meccanismi è fondamentale non solo per contrastarlo tecnicamente, ma anche per sviluppare una maggiore consapevolezza culturale del linguaggio che utilizziamo ogni giorno.