Tre ore e mezza. Tanto è bastato al governo per ridisegnare uno dei principali argini al cattivo uso del denaro pubblico. Una riforma, quella della Corte dei Conti, fatta di corsa, tra panettoni ancora sul tavolo e senatori richiamati dalle ferie natalizie come comparse dell'ultimo minuto, giusto il tempo di alzare la mano e tornare a casa.

 E c'è chi ha il coraggio - oltre che la faccia tosta - di definirla una "svolta coraggiosa": qui siamo davanti a un vero e proprio blitz , consumato il 27 dicembre, quando l'attenzione dell'opinione pubblica è al minimo e il controllo democratico ancora meno.

La fretta non è casuale. Lo scudo erariale stava per scadere e il governo ha scelto di renderlo permanente prima che qualcuno potesse davvero discuterne nel merito. Traduzione: ciò che doveva essere un'eccezione legata all'emergenza PNRR diventa la nuova normalità. Una normalità in cui chi sbaglia – purché non ci sia dolo (al di là di poterlo dimostrare!) – paga poco, a volte pochissimo. Al massimo il 30% del danno accertato o due stipendi annui. Il resto? Perso. A carico di tutti.

Il messaggio è chiarissimo: il danno erariale non è più un problema. Sprecare risorse pubbliche diventa un rischio calcolato, quasi un costo di esercizio. Altro che “paura della firma”: qui si sta creando la paura opposta, quella che le firme vengano apposte con leggerezza, sapendo che le conseguenze saranno limitate e, in certi casi, nulle.

Ma non è tutto. La riforma allarga a dismisura il controllo preventivo, ma lo svuota di senso con il silenzio-assenso che entra in vigore dopo soli 30 giorni! Se la Corte dei Conti non si pronuncia in tempo, tutto è automaticamente legittimo e la responsabilità erariale evapora. Un capolavoro di burocrazia difensiva: si moltiplicano i controlli formali, ma si azzera la sostanza. È il trionfo dell'“andiamo avanti lo stesso”, purché nessuno possa più chiedere conto dopo.

E poi c'è la delega al governo per riorganizzare la Corte, con l'accentramento delle funzioni e l'eliminazione dei procuratori regionali. Meno presidi sul territorio, più controllo dall'alto. Una magistratura contabile ridimensionata, addomesticata, ricondotta a un ruolo di consulenza gentile, purché non disturbi il manovratore.

Le opposizioni parlano di attacco ai contrappesi costituzionali.

Hanno ragione. Questa riforma si inserisce in una linea politica ormai evidente: ogni autorità di controllo è vista come un fastidio, ogni limite al potere esecutivo come un intralcio. Non è una vendetta, dicono i fascisti al governo. Forse no. Ma è sicuramente un regolamento di conti culturale, un'idea di Stato in cui chi controlla deve tacere e chi spende deve correre, senza troppe preoccupazioni.

Il camerata Alfredo Mantovano,  sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, prova a venderla come un'operazione di realismo, snocciolando numeri per sostenere che il 30% sarebbe addirittura un miglioramento. Un gioco di prestigio aritmetico che ignora il punto centrale: se già oggi solo una minima parte dei danni accertati viene effettivamente recuperata, ridurre per legge quelle somme significa certificare la resa definitiva dello Stato davanti allo spreco.

L'associazione dei magistrati contabili parla di “pagina buia”. Non è retorica. È la fotografia di un Paese che, invece di rafforzare i controlli mentre gestisce miliardi "donati" dall'Ue europei, decide di indebolirli. Di notte, in fretta, e quasi di nascosto. Perché quando le riforme sono davvero nell'interesse dei cittadini, non c'è bisogno di farle passare tra un treno da prendere e una vacanza da riprendere.

Così l'Associazione Magistrati della Corte dei conti, in una conferenza stampa prima di Natale, ha riassunto le criticità del disegno di legge "Funzioni e organizzazione della Corte dei conti":

Secondo l’Associazione, il provvedimento rappresenta una riforma frettolosa e priva di una visione sistemica, che rischia di ridimensionare in modo significativo il ruolo della Magistratura contabile e di alterare gli equilibri costituzionali posti a tutela della legalità, della finanza pubblica e del corretto utilizzo delle risorse pubbliche, incluse quelle del PNRR.La riforma introduce un limite alla responsabilità di amministratori e funzionari che, a prescindere dall’entità del danno prodotto, non potrà mai superare una ridotta percentuale dello stesso e, comunque, due anni di stipendio, pur in presenza di sprechi o malversazioni di denaro pubblico, che proviene dai cittadini e agli stessi deve tornare sotto forma di servizi. Il risarcimento viene così trasformato in una mera e lieve sanzione, abbassando il livello di attenzione sul corretto uso delle risorse pubbliche e favorendo gestioni disinvolte e superficiali. Si rischia, inoltre, di demotivare e lasciare soli gli amministratori e i dirigenti capaci, di ridurre l’efficienza dell’azione amministrativa e di innescare processi di progressiva deresponsabilizzazione.Il DDL incide in modo significativo anche sulle funzioni di controllo preventivo, introducendo meccanismi che determinano l’esonero automatico dalla responsabilità erariale ed estendendolo agli atti degli enti territoriali, con il rischio di ingolfare la Corte di documentazione da esaminare, peraltro senza definire le tipologie di provvedimenti da trasmettere. Di fatto, il controllo perde la sua funzione costituzionale di verifica della legittimità dell’azione amministrativa e si trasforma in uno strumento per “scudare” i responsabili dello spreco di denaro pubblico, a detrimento dei cittadini e della capacità, a livello statale e locale, di garantire i servizi essenziali cui questi hanno diritto.“Questa riforma – ha dichiarato il Presidente dell’AMCC Donato Centrone – non rafforza l’efficienza della pubblica amministrazione, ma rischia di indebolire i presìdi di legalità e responsabilità a tutela dei cittadini. Limitare in modo generalizzato la responsabilità e snaturare le funzioni di controllo e consultive della Corte dei conti significa abbassare la soglia di attenzione sull’uso del denaro pubblico, proprio mentre al Paese è richiesto il massimo rigore nella gestione delle risorse, a partire da quelle del PNRR. Chiediamo al Parlamento un ulteriore spazio di riflessione serio e approfondito, nel rispetto del ruolo costituzionale della Magistratura contabile e dell’interesse generale”.