Alla Camera, Giorgia Meloni torna su uno dei nervi scoperti della sanità italiana: le liste d’attesa. Lo fa con toni determinati, rivendicando risultati e rilanciando l’azione del Governo, ma senza riuscire a dissipare un dato di fatto che milioni di cittadini conoscono bene: per una visita o un esame, in troppe zone d’Italia, si continua ad aspettare mesi, quando non anni.
La Presidente del Consiglio insiste sull’impegno dell’esecutivo: “più forte, più concreto, più visibile nella vita quotidiana delle persone”. Parole che suonano inevitabilmente come un’ammissione indiretta: finora, quella concretezza e quella visibilità non sono state percepite.
Meloni rivendica poi l’aumento del Fondo sanitario nazionale, portato — dice — al “livello più alto di sempre”: 143 miliardi. Un dato imponente, almeno sulla carta, che dovrebbe rappresentare il pilastro dell’azione governativa. Ma il punto è proprio questo: più risorse non significano automaticamente servizi migliori, soprattutto se il sistema continua a soffrire di carenze strutturali, personale insufficiente e disuguaglianze territoriali croniche.
Ed è qui che la narrazione governativa inizia a scricchiolare. La stessa Meloni ammette che “i tempi restano troppo lunghi, l’accesso troppo difficile, le differenze territoriali ancora troppo marcate”. Una diagnosi corretta, ma tutt’altro che nuova. È da anni che si ripetono le stesse criticità, mentre le soluzioni continuano a essere annunciate più che realizzate.
Il Governo rivendica anche di aver affrontato il problema senza scaricare tutto sulle Regioni, a differenza — sottolinea Meloni — di chi li ha preceduti. Tuttavia, nella stessa dichiarazione, arriva puntuale l’appello proprio alle Regioni: “facciamo squadra”. Una richiesta legittima, certo, ma che rischia di trasformarsi nell’ennesimo rimpallo di responsabilità se non accompagnata da strumenti concreti, vincoli chiari e tempi certi.
L’annuncio di un nuovo sistema di monitoraggio, con dati dettagliati “regione per regione, prestazione per prestazione”, è un passo nella direzione giusta. Ma anche qui, la domanda è inevitabile: perché solo adesso? E soprattutto, quanto tempo servirà prima che questi dati si traducano in interventi reali per i cittadini?
Il nodo resta sempre lo stesso: la distanza tra dichiarazioni e vita quotidiana. Per chi deve prenotare una risonanza o una visita specialistica, il dibattito istituzionale conta poco. Conta trovare posto in tempi ragionevoli, senza dover ricorrere al privato o spostarsi in un’altra regione.
Meloni parla di “impegno corale” e di collaborazione tra Stato e Regioni. Ma senza una regia forte e senza affrontare alla radice le inefficienze del sistema, il rischio è che la sanità italiana continui a muoversi a due velocità: una nei palazzi della politica, l’altra — molto più lenta — nelle corsie e nelle agende degli ospedali.
E a pagare, come sempre, sono i cittadini. Non in teoria, ma nella realtà quotidiana delle attese infinite.


