Egregio Giudice Paolo Gallo,

leggere le motivazioni della sentenza che Lei ha pronunciato lascia sgomenti. Non soltanto per l’esito giudiziario – un anno e sei mesi, pena sospesa – a fronte di un’𝐚𝐠𝐠𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐛𝐫𝐮𝐭𝐚𝐥𝐞 che ha 𝐝𝐞𝐯𝐚𝐬𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐨𝐧𝐧𝐚, ma soprattutto per il linguaggio e i concetti che ha scelto di inserire nelle motivazioni.

Lei ha scritto che l’aggressore “va compreso”, perché la ex moglie avrebbe “sfaldato un matrimonio ventennale” comunicando la separazione in maniera “brutale”. Ha parlato di frasi e minacce “umanamente comprensibili”.

Ebbene, proprio qui sta l’enorme pericolo: 𝐦𝐢𝐧𝐢𝐦𝐢𝐳𝐳𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐨𝐥𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐫𝐢𝐛𝐚𝐥𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐭𝐢𝐦𝐚, 𝐬𝐮𝐠𝐠𝐞𝐫𝐢𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐚 𝐫𝐚𝐛𝐛𝐢𝐚 𝐞 𝐥𝐚 𝐟𝐫𝐮𝐬𝐭𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐮𝐨𝐦𝐨 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐚𝐧𝐨 𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 “𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐞𝐧𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞” 𝐮𝐧 𝐩𝐞𝐬𝐭𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐞 𝐦𝐢𝐧𝐮𝐭𝐢, con conseguenze fisiche permanenti.
È questo il cuore del problema: l’ipocrisia di una morale che assolve tutto di un uomo e condanna tutto in una donna.

Un uomo tradisce? È un debole, ma “comprensibile”.
Un uomo picchia? È accecato dal dolore, ma “comprensibile”.
Un uomo devasta la vita di una donna a colpi di pugni? È esasperato, e quindi “comprensibile”.

La donna invece no: se osa separarsi, se decide di cambiare vita, se reclama libertà, 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐥𝐞𝐢 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐥𝐩𝐞𝐯𝐨𝐥𝐞, lei la “rovinafamiglie”, lei il detonatore di un dolore maschile che pare autorizzare ogni violenza.

Questa è la cultura che la sua sentenza contribuisce a perpetuare: quella che 𝐝𝐢𝐟𝐞𝐧𝐝𝐞 𝐥’𝐨𝐧𝐨𝐫𝐞 𝐦𝐚𝐬𝐜𝐡𝐢𝐥𝐞 𝐞 𝐬𝐜𝐚𝐫𝐢𝐜𝐚 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐞 𝐬𝐩𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐟𝐞𝐦𝐦𝐢𝐧𝐢𝐥𝐢 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨. Una cultura patriarcale, falsamente perbenista, che predica valori morali ma accetta che un uomo si sfoghi con la violenza mentre 𝐩𝐫𝐞𝐭𝐞𝐧𝐝𝐞 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐨𝐧𝐧𝐚 𝐬𝐢𝐥𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨, 𝐬𝐚𝐜𝐫𝐢𝐟𝐢𝐜𝐢𝐨 𝐞 𝐨𝐛𝐛𝐞𝐝𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚.

Un’aggressione che ha richiesto 21 placche di titanio e ha causato danni irreversibili al nervo ottico non può essere ridotta a “sfogo emotivo”. Non può essere collocata nel contesto della “dissoluzione della comunità domestica” come se fosse parte di un copione inevitabile.

Non esiste amarezza, dolore, frustrazione sentimentale o familiare che possa giustificare la violenza. 𝐋𝐚 𝐯𝐢𝐨𝐥𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐞̀ 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐞 𝐬𝐨𝐥𝐭𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐚.
Con questa sentenza Lei non ha solo sminuito la gravità di un reato, ma ha trasmesso un messaggio devastante: che la società può “comprendere” chi massacra una donna, purché abbia sofferto per una separazione. 𝐔𝐧 𝐦𝐞𝐬𝐬𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐞𝐠𝐢𝐭𝐭𝐢𝐦𝐚, 𝐝𝐞𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚, 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐥𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐮𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐯𝐢𝐭𝐭𝐢𝐦𝐞 𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐟𝐢𝐝𝐮𝐜𝐢𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐢𝐳𝐢𝐚.

Lei conosce bene gli obblighi derivanti dalla Costituzione e dalla Convenzione di Istanbul: la violenza di genere non può essere minimizzata, né ridotta a questione di contesto emotivo. Ogni volta che un tribunale attenua, giustifica, relativizza, 𝐬𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐢𝐞 𝐮𝐧 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐨 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐞𝐭𝐫𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐞 𝐯𝐢𝐭𝐭𝐢𝐦𝐞, 𝐦𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐥’𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐨 𝐏𝐚𝐞𝐬𝐞.

La giustizia, se vuole essere credibile, 𝐝𝐞𝐯𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐭𝐞𝐠𝐠𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐢 𝐬𝐮𝐛𝐢𝐬𝐜𝐞, 𝐧𝐨𝐧 𝐚𝐦𝐦𝐚𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐚𝐭𝐭𝐞𝐧𝐮𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐜𝐡𝐢 𝐜𝐨𝐥𝐩𝐢𝐬𝐜𝐞.
Egregio Giudice, le Sue parole non resteranno circoscritte a un’aula di tribunale. Hanno un’eco sociale, culturale, politica. Per questo oggi molti e molte, indignati, Le chiedono di riflettere: non su una singola sentenza, ma sul ruolo che la magistratura deve assumere nel contrasto alla violenza di genere.

Perché dire che “va compreso” un uomo che massacra la propria ex non è giustizia. 𝐄̀ 𝐮𝐧 𝐢𝐧𝐬𝐮𝐥𝐭𝐨.

Con indignazione,
𝐍𝐚𝐝𝐢𝐚 𝐌𝐚𝐫𝐢