La prima fase dei colloqui diretti tra Stati Uniti e Iran si è conclusa in Pakistan con segnali contrastanti: da un lato un clima definito “costruttivo” dalle fonti diplomatiche, dall’altro un’ombra sempre più ingombrante di un possibile ritorno alle ostilità.

Secondo fonti vicine alla mediazione, i negoziati faccia a faccia hanno registrato “diversi round” in un’atmosfera definita cordiale. Le delegazioni, dopo una giornata intensa di confronto, hanno proseguito i contatti anche a cena e stanno ora scambiandosi documenti scritti per consolidare i punti di intesa raggiunti. Un passaggio tecnico ma cruciale, che serve a verificare se le parti siano davvero “sulla stessa linea” sui contenuti negoziati.

Dal lato iraniano, i colloqui a livello di delegazioni sono ancora in corso, con l’obiettivo dichiarato di individuare margini concreti per far avanzare l’intesa. Tuttavia, nonostante i segnali di apertura, un accordo definitivo appare ancora lontano.

Il Pakistan, che svolge un ruolo chiave di mediazione, spinge per prolungare i negoziati almeno di un altro giorno. L’obiettivo è ottenere una nuova sessione che possa portare a un risultato conclusivo. Per ora, però, questa estensione non è stata formalizzata. I diplomatici pakistani restano cautamente ottimisti, ma sottolineano che tutto dipenderà dalla volontà politica di Washington e Teheran e dalla capacità delle rispettive leadership di fare concessioni.

Se sul tavolo diplomatico si cerca un fragile equilibrio, sul piano militare la situazione appare ben più tesa.

Da Tel Aviv filtrano infatti segnali di forte pessimismo. Un alto funzionario della sicurezza israeliana ha parlato apertamente di scarse possibilità di successo dei colloqui, rivelando che Israele, insieme agli Stati Uniti, si sta già preparando a una possibile ripresa delle operazioni militari contro l’Iran in caso di fallimento della diplomazia.

La tregua attualmente in vigore viene definita “estremamente fragile”. Israele avrebbe inoltre presentato a Washington una lista di condizioni considerate non negoziabili: tra queste, la rimozione dell’uranio arricchito dall’Iran, lo smantellamento del sito nucleare di Fordo e la separazione del dossier libanese dal negoziato principale con Teheran.

Parallelamente, si registrano movimenti concreti sul terreno. Gli Stati Uniti avrebbero già iniziato a rafforzare la propria presenza militare nella regione, con l’invio di migliaia di soldati della 82ª divisione aviotrasportata e il trasferimento di ingenti quantitativi di armamenti, tra cui munizioni e bombe guidate di precisione.

Le dichiarazioni più allarmanti arrivano però sul possibile scenario in caso di rottura definitiva. Secondo fonti israeliane, un eventuale attacco non si limiterebbe a obiettivi militari, ma colpirebbe in modo esteso anche infrastrutture strategiche iraniane, inclusi impianti energetici e settori chiave della produzione petrolifera.

Uno scenario che rischia di riportare il Medio Oriente sull’orlo di un conflitto su larga scala, proprio mentre i negoziatori tentano di costruire un’intesa. Le prossime ore, e soprattutto l’eventuale decisione di prolungare i colloqui, saranno decisive per capire se prevarrà la diplomazia o se la regione tornerà rapidamente nella spirale della guerra.