"Il Governo è intervenuto oggi con un nuovo decreto per prorogare la riduzione delle accise sui carburanti, ampliando la misura con un intervento mirato a sostegno degli agricoltori e delle imprese esportatrici.È una misura necessaria per fronteggiare una fase particolarmente delicata, segnata da tensioni internazionali che stanno producendo effetti concreti sui costi dell'energia e sull'economia.Sappiamo che il quadro resta complesso. Per questo il Governo continuerà a monitorare con la massima attenzione l'evoluzione dello scenario internazionale e a lavorare su ogni intervento necessario a proteggere famiglie, imprese e lavoro".

Questo è quanto ha dichiarato oggi, sul proprio profilo social, Giorgia Meloni in relazione alle misure adottate dal governo per contrastare la crisi energetica causata dalla guerra che USA e Israele hanno avviato contro l'IRan, una guerra illegale sotto il profilo del diritto internazionale che la premier ha detto di non condividere e di non condannare!

Il conflitto iniziato senza alcuna giustificazione dai suoi carissimi amici Trump e Netanyahu - di fatto due criminali -, la cui fine è un mistero inestricabile, è la causa di quello che potrebbe essere uno shock economico al pari di quello del Covid... se non peggiore, per le conseguenze che uno stop sine die al traffico delle merci sia tramite lo stretto di Hormuz che il canale di Suez potrebbe causare nei settori farmaceutico, industriale, agricolo, energetico...

Grazie anche alle politiche "avvedute" di Giorgia Meloni e del suo governo, l'Italia è alla mercé degli interessi di Stati Uniti e Israele, le cui finalità, però nessuno conosce, per cui, in relazione al settore energetico, il nostro Paese è alla mercé della disponibilità di gas e petrolio e della speculazione ad essi collegata.

Se la premier Meloni avesse investito, grazie al PNRR, nelle rinnovabili, questa crisi sarebbe stata molto meno grave. Ma, come è noto, l'avvedutissima premier, grazie all'acume di cui è provvista, invece di installare impianti eolici e fotovoltaici è andata a Washington a rassicurare Trump che avrebbe acquistato ancor più del suo GNL... e non certo a prezzi di realizzo.

Ma quello che è ancor più grave è la mancanza di visione che caratterizza questo governo anche in materia di protezione dell'ambiente, in relazione alle crisi climatiche, diretta conseguenza nel non voler investire nella decarbonizzazione.

Le immagini che arrivano in queste ore da Abruzzo, Molise e Puglia sono quelle - ancora una volta - di un Paese in ginocchio: allerta rossa diffusa, fiumi esondati, frane che inghiottono versanti, strade chiuse, centinaia di persone soccorse, perfino un ponte crollato lungo una statale. Non è un episodio isolato, ma l'ennesima conferma di una fragilità strutturale che da anni attraversa l'Italia. Una fragilità aggravata dalla crisi climatica, che rende gli eventi estremi sempre più frequenti e distruttivi.

Eppure, di fronte a questo scenario, il governo guidato da Giorgia Meloni continua a non considerare la crisi climatica una priorità politica. Mentre il territorio frana e si allaga, la scelta è quella di destinare almeno 14 miliardi di euro – con stime che arrivano fino a 20–25 miliardi – al ponte sullo Stretto di Messina, un'infrastruttura prevista in una delle aree più delicate d'Europa sotto il profilo sismico e idrogeologico. Una decisione che, al di là della sua valenza simbolica, solleva interrogativi profondi sulla gerarchia delle priorità pubbliche.

Gli eventi meteo estremi non sono più eccezioni. Poco più di un mese fa, i cicloni Harry e Ulrike hanno provocato danni superiori ai 2 miliardi di euro tra Sicilia e Calabria. È una tendenza che si ripete, con costi economici e sociali sempre più elevati. L'Italia, del resto, è il Paese europeo più esposto al rischio idrogeologico: oltre 636 mila frane censite, di cui circa il 28% ad alto potenziale distruttivo. Un rischio che coinvolge direttamente 5,7 milioni di cittadini, quasi il 10% della popolazione.

I numeri economici raccontano una verità altrettanto netta: negli ultimi dieci anni, alluvioni e frane hanno causato oltre 19 miliardi di euro di danni. Di questi, però, meno di un quinto è stato effettivamente risarcito. Ancora più significativo è il dato sugli investimenti in prevenzione: appena 3,1 miliardi trasferiti alle Regioni per la messa in sicurezza del territorio, pari al 17% dei danni subiti. Si continua, in sostanza, a inseguire l'emergenza invece di prevenirla.

A rendere il quadro ancora più critico è lo stato del Piano nazionale di adattamento climatico, formalmente esistente ma privo di adeguati finanziamenti. Senza risorse, il piano resta un documento sulla carta, incapace di incidere concretamente sulla riduzione dei rischi.

Il nodo è tutto qui: una scelta politica.

Investire sulla prevenzione del dissesto idrogeologico significherebbe intervenire su manutenzione del territorio, consolidamento dei versanti, gestione delle acque, pianificazione urbanistica. Interventi meno visibili, meno “spendibili” mediaticamente rispetto a una grande opera, ma infinitamente più rilevanti per la sicurezza quotidiana dei cittadini.

Continuare a ignorare questa evidenza non è solo miopia. È una responsabilità politica precisa.

In un Paese che frana e si allaga con sempre maggiore frequenza, destinare risorse ingenti a progetti simbolici mentre la prevenzione resta sottofinanziata equivale a scegliere consapevolmente di convivere con il rischio.

E il conto, puntualmente, lo pagano i territori e le persone.



Crediti immagine:  Vigili del Fuoco