Passo avanti importante nei rapporti commerciali tra Stati Uniti e Cina, con le due maggiori economie del mondo che a Ginevra hanno concordato una riduzione temporanea dei dazi doganali, ponendo una tregua a una guerra commerciale che, per settimane, ha alimentato timori di recessione e disgregazione delle catene di approvvigionamento.
L'accordo prevede che gli Stati Uniti abbassino i dazi sulle importazioni cinesi dal 145% al 30%, mentre la Cina ridurrà quelli sui beni statunitensi dal 125% al 10%. Questa misura sarà valida per i prossimi 90 giorni. Non si tratta ancora di un ritorno allo status quo pre-escalation, ma è comunque un taglio molto più ampio rispetto a quanto previsto dalla maggior parte degli osservatori.
La risposta dei mercati non si è fatta attendere. Wall Street ha segnato forti rialzi, il dollaro ha guadagnato terreno e il prezzo dell'oro – bene rifugio per eccellenza – è sceso. I segnali sono chiari: gli investitori hanno accolto con entusiasmo una distensione che, sebbene temporanea, allontana lo spettro di una recessione imminente.
L'accordo non tocca però alcuni punti critici, come le esenzioni "de minimis" per le spedizioni e-commerce di basso valore, revocate il 2 maggio dall'amministrazione Trump. Inoltre, i dazi attualmente in vigore restano comunque ben più alti rispetto a quelli antecedenti l'avvio delle ostilità commerciali, iniziata il 2 aprile con l'annuncio delle prime tariffe da parte di Trump.
Nonostante questo, il clima è cambiato. "Entrambi i Paesi hanno rappresentato molto bene i propri interessi nazionali," ha dichiarato il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent. "Nessuno dei due vuole il disaccoppiamento economico".
I colloqui di Ginevra del fine settimana – i primi faccia a faccia tra alti funzionari economici USA e cinesi dopo il ritorno al potere di Trump – sono stati definiti "schietti, approfonditi e costruttivi" dal vicepremier cinese He Lifeng. Il consenso tra le parti è che una guerra commerciale senza freni rischi di essere l'equivalente di un embargo – insostenibile per entrambi.
La guerra tariffaria ha già causato pesanti danni: oltre 600 miliardi di dollari in scambi paralizzati, catene di fornitura interrotte, timori di stagflazione e licenziamenti.
Secondo Bessent, non è stato ancora stabilito dove e quando si terrà il prossimo round di negoziati, ma le prossime settimane saranno decisive. Le discussioni future copriranno una vasta gamma di temi: barriere non tariffarie, politiche valutarie, sussidi statali e l'accesso delle imprese americane al mercato cinese.
Un altro punto sul tavolo sarà il contrasto al traffico di fentanyl, una questione che ha spinto Trump a giustificare i dazi come misura d'emergenza nazionale. Per la prima volta, i negoziatori cinesi avrebbero riconosciuto la necessità di affrontare seriamente questo problema.
Anche l'Europa ha beneficiato del cambio di rotta. Le azioni delle aziende più esposte alla guerra commerciale hanno guadagnato terreno, con il gigante della logistica Maersk che ha registrato un balzo del 12%, dopo settimane di calo nei volumi di spedizione tra Stati Uniti e Cina.
L'accordo rappresenta un beneficio temporaneo ma non una soluzione definitiva. La guerra commerciale potrebbe riesplodere se nei prossimi 90 giorni non verranno fatti progressi concreti. Per ora, però, le due potenze hanno dimostrato di poter mettere da parte le minacce e puntare su un dialogo, almeno tattico. La vera domanda è se sapranno trasformare questa tregua in un accordo stabile e duraturo.
Commentando l'accordo raggiunto, questa mattina alla Casa Bianca Trump ha affermato che parlerà con il presidente cinese Xi Jinping "forse alla fine della settimana", aggiungendo che la parte migliore dell'accordo è che la Cina avrebbe accettato di aprirsi alle imprese americane. Trattandosi di Trump, il condizionale è d'obbligo.
Il presidente americano ha poi cercato di far credere che questo accordo sia stato favorito dalla volontà di Pechino di mitigare la guerra doganale perché, a suo dire, in Cina "stavano chiudendo le fabbriche. C'erano molti disordini ed erano molto contenti di poter fare qualcosa con noi". In questo caso, la menzogna è più che certa.


