Meno di ventiquattro ore dopo l'annuncio di una nuova tregua tra Israele e Hezbollah, il Libano meridionale è tornato a essere teatro di bombardamenti, raid aerei e distruzione. Un'escalation che rischia di compromettere non soltanto il cessate il fuoco appena raggiunto, ma anche il delicato percorso diplomatico avviato tra Stati Uniti e Iran per tentare di chiudere una delle fasi più pericolose della crisi mediorientale.

Secondo l'agenzia di stampa statale libanese NNA, almeno undici persone sono state uccise in una serie di attacchi condotti da aerei, droni e artiglieria israeliani contro oltre una dozzina di località del Libano meridionale e della valle della Bekaa. Tra gli episodi più gravi vi sarebbe il bombardamento di un edificio residenziale di tre piani nella cittadina di Barish, nel distretto di Tiro, dove sarebbero morti un padre, una madre e i loro due figli. Un altro attacco avrebbe inoltre provocato la morte di un soldato dell'esercito libanese sulla strada tra Kfarrumman e Nabatieh.

Le immagini provenienti dalle aree colpite mostrano enormi colonne di fumo grigio levarsi nel cielo sopra città e villaggi già devastati da mesi di guerra. Un quadro che rende difficile parlare di tregua e che alimenta il timore che la popolazione civile continui a pagare il prezzo più alto di una strategia militare che appare ormai senza fine.

Israele sostiene di avere agito in risposta al lancio di oltre cinquanta razzi e proiettili da parte di Hezbollah contro le proprie forze dispiegate nel Libano meridionale. Le autorità militari israeliane affermano di aver colpito esclusivamente obiettivi del movimento sciita filo-iraniano. Tuttavia, come spesso accaduto durante il conflitto, il bilancio delle vittime e la natura degli obiettivi colpiti sollevano interrogativi sempre più pesanti sull'effettiva proporzionalità delle operazioni e, soprattutto, sulla loro oresponsabilità. Oramai è ben nota l'inattendibilità dello Stato ebraico di Israele.

La situazione appare ancora più controversa alla luce dell'accordo provvisorio raggiunto questa settimana tra Washington e Teheran. L'intesa, articolata in quattordici punti, prevede la cessazione delle operazioni militari su tutti i fronti collegati alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, incluso il Libano. Il congelamento delle ostilità rappresenta infatti una condizione indispensabile per l'avvio di sessanta giorni di negoziati tra Stati Uniti e Iran sul programma nucleare iraniano, sulla sicurezza regionale e sulla riapertura stabile dello Stretto di Hormuz.

Eppure Israele ha chiarito di non considerarsi vincolato dall'accordo. Il governo genocidario di Benjamin Netanyahu ha dichiarato che continuerà a mantenere le proprie truppe nel circa 5% del territorio libanese meridionale attualmente occupato e che proseguirà le operazioni contro Hezbollah qualora le ritenga necessarie.

È proprio questo uno degli aspetti più contestati dalla comunità internazionale. Mentre Washington cerca di costruire un difficile percorso diplomatico con Teheran, il governo israeliano sembra perseguire una linea autonoma che rischia di rendere estremamente fragile qualsiasi tentativo di stabilizzazione. Non a caso la Casa Bianca ha espresso apertamente preoccupazione per le operazioni militari israeliane in Libano, avvertendo che potrebbero compromettere l'intero processo negoziale.

La contraddizione appare evidente. Da un lato gli Stati Uniti sostengono la necessità di consolidare una tregua regionale per evitare una nuova spirale di guerra; dall'altro il presidente Donald Trump continua a definire Netanyahu un "guerriero", alimentando l'impressione che Washington invii messaggi diversi a seconda dell'interlocutore e del contesto politico. Eppure lo Stato ebraico è un povero ganassa con i piedi di argilla, visto che politicamente, finanziariamente e militarmente dipende quasi esclusivamente dagli Stati Uniti, che avrebbero la possibilità, volendo, di mandarlo a carte quarantotto in un fiat.

Sul terreno, intanto, la situazione umanitaria continua a deteriorarsi. Secondo il ministero della Salute libanese, dal 2 marzo le operazioni militari israeliane avrebbero causato la morte di 3.912 persone, comprese donne, bambini e operatori sanitari. Israele afferma invece che i propri attacchi sono diretti contro infrastrutture e combattenti di Hezbollah e ricorda che nel conflitto sono morti almeno 32 soldati israeliani e quattro civili.

Resta però il fatto che circa un milione di persone risultano ancora sfollate e che decine di comunità del Libano meridionale sono state completamente distrutte. Interi villaggi sono stati svuotati, infrastrutture civili essenziali sono state danneggiate o rase al suolo e una vasta area del Paese vive in una condizione di emergenza permanente.

Hezbollah, attraverso il dirigente Hassan Fadlallah, ha dichiarato di riservarsi il diritto di rispondere agli attacchi israeliani e ha chiesto che Israele rispetti integralmente il cessate il fuoco, interrompa i bombardamenti e rinunci a nuove occupazioni territoriali. Il movimento sciita ha inoltre ribadito che continuerà ad attaccare le forze israeliane qualora l'invasione del Libano meridionale dovesse proseguire.

Il risultato è un equilibrio estremamente instabile nel quale ogni bombardamento genera nuove ritorsioni e ogni ritorsione diventa il pretesto per ulteriori operazioni militari. Una dinamica che negli ultimi mesi ha prodotto migliaia di vittime e che rischia di trasformare il Libano in una vittima collaterale permanente dello scontro più ampio tra Israele e Iran.

La domanda che molti osservatori internazionali si pongono è ormai inevitabile: se persino una tregua sostenuta da Washington e collegata a un accordo strategico con Teheran non riesce a fermare i bombardamenti, quale spazio rimane per una soluzione politica? E soprattutto, quanto ancora potrà sopportare una popolazione civile che continua a vedere distrutte le proprie case, i propri villaggi e il proprio futuro mentre le grandi potenze discutono di accordi e strategie?

Per il momento, le immagini che arrivano dal Libano sembrano offrire una risposta amara. La tregua esiste sulla carta, ma sul terreno continuano a parlare le armi.