Mentre Stati Uniti e Iran cercano faticosamente di trasformare il fragile cessate il fuoco in un accordo stabile, un ostacolo sempre più evidente rischia di compromettere l'intero processo diplomatico: Israele.
La decisione del governo di Benjamin Netanyahu di proseguire le operazioni militari in Libano, nonostante il memorandum firmato tra Washington e Teheran preveda la cessazione delle ostilità su tutti i fronti, sta alimentando tensioni crescenti e sollevando dubbi sulla reale possibilità di arrivare a una pace duratura.
Il rinvio dei colloqui previsti in Svizzera tra delegazioni statunitensi e iraniane rappresenta il primo segnale concreto delle difficoltà che stanno emergendo. Il vicepresidente americano JD Vance ha annullato la propria partenza, mentre il governo svizzero ha confermato il rinvio degli incontri che avrebbero dovuto avviare la fase tecnica del negoziato. Ufficialmente si parla di problemi logistici, ma diverse fonti regionali indicano che il deterioramento della situazione in Libano abbia avuto un ruolo decisivo nel congelamento temporaneo del dialogo.
Il memorandum firmato tra Washington e Teheran prevede sessanta giorni di tregua durante i quali le parti dovrebbero negoziare il futuro del programma nucleare iraniano, la sicurezza marittima nel Golfo Persico, il regime delle sanzioni e una serie di garanzie regionali. L'accordo include inoltre un fondo di ricostruzione da 300 miliardi di dollari, la progressiva rimozione di diverse restrizioni economiche e il ripristino della navigazione nello Stretto di Hormuz, arteria strategica attraverso cui passa una quota enorme del petrolio mondiale.
Tuttavia, proprio mentre il negoziato dovrebbe entrare nella sua fase più delicata, Israele continua a bombardare il Libano meridionale. Secondo le informazioni riportate dalle autorità libanesi, gli attacchi più recenti hanno provocato almeno 18 vittime. Le forze armate israeliane sostengono di colpire obiettivi di Hezbollah, ma il risultato politico è che le operazioni militari stanno minando uno degli elementi fondamentali dell'intesa: la cessazione delle ostilità sul fronte libanese.
Ed è proprio qui che emerge il problema centrale del memorandum. Israele non è formalmente parte dell'accordo tra Stati Uniti e Iran. Di conseguenza, Netanyahu si considera libero di proseguire la propria campagna militare contro Hezbollah e ha già dichiarato apertamente che l'esercito israeliano non intende ritirarsi dalle aree occupate nel Libano meridionale. Anzi, il governo israeliano continua a parlare di una futura "zona di sicurezza" permanente, posizione che entra in collisione diretta con il principio di integrità territoriale e sovranità libanese richiamato dall'intesa.
Questa contraddizione rischia di trasformarsi in una vera e propria mina sotto il tavolo negoziale. Dal punto di vista iraniano, infatti, risulta difficile accettare che un accordo destinato a porre fine alla guerra venga contemporaneamente accompagnato dalla prosecuzione delle operazioni militari del principale alleato degli Stati Uniti nella regione. Non sorprende quindi che alcune fonti abbiano riferito come Teheran abbia deciso di non partecipare agli incontri svizzeri proprio a causa dell'intensificarsi dei bombardamenti israeliani e delle dichiarazioni di Netanyahu sulla permanenza delle truppe nel Libano occupato.
La situazione sta inoltre provocando una frattura sempre più visibile tra Washington e Tel Aviv. Donald Trump, che ha firmato l'accordo con l'obiettivo dichiarato di evitare ulteriori danni economici e una nuova impennata dei prezzi energetici, ha assunto toni insolitamente critici nei confronti del premier israeliano. Il presidente americano ha ricordato che senza il sostegno statunitense Israele si troverebbe in una posizione molto più difficile e ha invitato Netanyahu a mostrare maggiore responsabilità sul dossier libanese. Parole che fino a pochi mesi fa sarebbero state impensabili e che testimoniano la crescente irritazione della Casa Bianca verso un alleato percepito come potenzialmente destabilizzante.
Il paradosso è evidente. Dopo una guerra iniziata con l'obiettivo dichiarato di piegare l'Iran, distruggerne le capacità nucleari, ridurne l'influenza regionale e favorire persino un cambiamento di regime, gli Stati Uniti si ritrovano oggi a negoziare con Teheran concedendo alleggerimenti delle sanzioni e incentivi economici, mentre il principale fattore di instabilità sembra provenire proprio dal comportamento dell'alleato israeliano.
Se i bombardamenti in Libano dovessero proseguire e l'occupazione delle aree meridionali diventare permanente, il rischio è che l'intero memorandum perda credibilità agli occhi dell'Iran. In quel caso i sessanta giorni concessi ai negoziatori potrebbero trasformarsi nell'ennesima occasione mancata e il Medio Oriente potrebbe ritrovarsi rapidamente sull'orlo di una nuova escalation.
La questione, in sostanza, è semplice: un accordo che promette la fine della guerra non può reggere a lungo se uno degli attori militarmente più coinvolti continua a combattere come se quell'accordo non esistesse. Ed è esattamente questo il nodo che oggi porta il nome di Israele.


