Dalla conquista del castello di Beaufort all'avanzata verso il fiume Zaharani: il governo israeliano amplia le operazioni militari mentre il bilancio umano continua a crescere. Francia e comunità internazionale chiedono un intervento urgente dell'ONU.
La tregua avrebbe dovuto rappresentare l'inizio di una fase di de-escalation. Invece, a oltre sei settimane dall'annuncio del cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah, il governo guidato da Benjamin Netanyahu ha scelto la strada opposta: allargare l'offensiva militare nel Libano meridionale, occupare nuove aree strategiche e consolidare una presenza armata sempre più profonda all'interno del territorio libanese.
La decisione è stata annunciata dallo stesso premier israeliano, che ha dichiarato di aver ordinato all'esercito di "espandere la manovra terrestre" con l'obiettivo di rafforzare il controllo sulle zone precedentemente sotto influenza di Hezbollah. Una scelta che rischia di trasformare una tregua già fragile in una guerra aperta e permanente, alimentando ulteriormente l'instabilità di un Medio Oriente già sconvolto da mesi di conflitti.
L'operazione militare più significativa delle ultime ore è stata la conquista del Castello di Beaufort, una fortezza medievale di circa novecento anni che domina una vasta porzione del Libano meridionale. L'esercito israeliano ha inoltre preso il controllo di una dorsale strategica e continua ad avanzare verso il fiume Zaharani, circa dieci chilometri più a nord rispetto alle posizioni già occupate.
Si tratta di un'espansione territoriale che va ben oltre la semplice risposta agli attacchi di Hezbollah. Israele controllava già ampie aree fino al fiume Litani, ma ora punta a estendere ulteriormente la propria zona di influenza. Le parole utilizzate da Netanyahu sono particolarmente significative: il premier ha dichiarato di voler "approfondire ed espandere la nostra presa" sulle aree precedentemente controllate dal movimento sciita libanese.
Una formulazione che, per molti osservatori, assomiglia più al linguaggio di un'occupazione militare che a quello di un'operazione temporanea di sicurezza. Non a caso, il ministro della Difesa Israel Katz ha già lasciato intendere che alcune delle posizioni conquistate verranno mantenute stabilmente come parte di una nuova "zona di sicurezza" israeliana nel sud del Libano.
Le conseguenze umanitarie del conflitto continuano intanto ad aggravarsi. Secondo le autorità libanesi, dall'inizio delle ostilità sono morte oltre 3.370 persone. Più di 1,2 milioni di cittadini libanesi sono stati costretti a lasciare le proprie case a causa dei bombardamenti e degli ordini di evacuazione. Intere comunità del sud del Paese vivono da mesi in condizioni di emergenza permanente.
Nelle ultime ore, otto persone sono state uccise nei raid che hanno colpito il villaggio di Deir El Zahrani. Fonti della sicurezza libanese riferiscono che soltanto nella giornata di domenica l'aviazione israeliana ha effettuato oltre quaranta attacchi nel Libano meridionale. Numeri che raccontano una realtà ben diversa dall'idea di una tregua in vigore.
Israele giustifica l'operazione sostenendo di voler neutralizzare la minaccia rappresentata dai droni kamikaze e dai razzi di Hezbollah, che continuano a colpire il nord del Paese. Negli ultimi mesi il movimento sciita ha infatti intensificato l'uso di droni economici e difficili da intercettare, capaci di aggirare parte delle difese israeliane. Ma se la minaccia è reale, resta aperta la questione della proporzionalità della risposta.
La scelta di procedere con nuove occupazioni territoriali rischia infatti di alimentare ulteriormente il consenso attorno a Hezbollah invece di indebolirlo. La storia recente del Libano insegna che le operazioni militari israeliane, soprattutto quando assumono i contorni di una presenza prolungata sul territorio, hanno spesso prodotto l'effetto opposto rispetto a quello dichiarato.
Non sorprende quindi che la Francia abbia chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Parigi teme che la situazione possa rapidamente degenerare in una nuova guerra regionale, coinvolgendo direttamente Iran, Hezbollah e altri attori del cosiddetto "asse della resistenza".
Anche il tempismo dell'offensiva suscita interrogativi. Solo pochi giorni fa, rappresentanti militari israeliani e libanesi si erano incontrati a Washington sotto la mediazione degli Stati Uniti per discutere un piano di pace e il disarmo di Hezbollah. Il 15 maggio era stata inoltre concordata un'estensione di 45 giorni del cessate il fuoco. Eppure, mentre la diplomazia tentava faticosamente di mantenere aperto un canale negoziale, sul terreno Israele preparava una nuova avanzata.
L'immagine diffusa dal ministro Katz della bandiera israeliana che sventola sul Castello di Beaufort appare emblematica di questa fase. Più che un messaggio rivolto al Libano, sembra una dichiarazione politica destinata all'opinione pubblica israeliana, chiamata a credere che la sicurezza possa essere garantita attraverso una continua espansione militare.
Ma la storia del Medio Oriente dimostra che nessuna occupazione, nessuna conquista territoriale e nessuna superiorità militare hanno mai eliminato definitivamente le cause profonde dei conflitti. Dopo migliaia di morti, milioni di sfollati e mesi di devastazione, la scelta di Netanyahu appare sempre più come quella di un leader che continua a privilegiare la logica della forza rispetto a quella della diplomazia.
Il rischio è che il Libano diventi l'ennesimo teatro di una guerra senza fine, nella quale le popolazioni civili pagano il prezzo più alto mentre la politica internazionale assiste, ancora una volta, all'erosione di una tregua che avrebbe dovuto aprire la strada alla pace.


