«In occasione del Capodanno Ebraico - Rosh haShanà - giungano ai concittadini delle comunità ebraiche italiane gli auguri più intensi.
Si tratta di una ricorrenza che richiama ai valori di una convivenza basata sul rispetto reciproco, la solidarietà, la pace, propri alla Repubblica.Un messaggio di speranza e rigenerazione che interroga severamente gli accadimenti attuali, invitando a respingere con fermezza ogni forma di violenza, intolleranza, discriminazione, che colpisca la dignità delle persone, la libertà, la vita umana e ignori le ragioni e le necessità altrui.Auguro che questa festa possa portare a una riflessione profonda nella comunità nazionale, per un percorso che rechi fiducia, serenità e concordia, a beneficio dell'intera collettività nazionale e internazionale».

Questa la dichiarazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione del Capodanno Ebraico.

È fuor di dubbio che Mattarella si sia rivolto agli italiani appartenenti alle comunità ebraiche del nostro Paese... lo ha detto esplicitamente. Quel che non chiaro è come interpretare questo passaggio del discorso: 

"Un messaggio di speranza e rigenerazione che interroga severamente gli accadimenti attuali, invitando a respingere con fermezza ogni forma di violenza, intolleranza, discriminazione, che colpisca la dignità delle persone, la libertà, la vita umana e ignori le ragioni e le necessità altrui".

Viene in mente una frase tormentone di un personaggio interpretato da Simona Marchini che, tra gli altri aveva contribuito a fare la fortuna di "Black Out", programma cult di Radio 2 condotto da Enrico Vaime:

"Ma che avrà voluto dire?"

Quella che segue è una interpretazione personale della frase di Mattarella...

Quando il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella invia i suoi auguri alle comunità religiose italiane, lo fa sempre con lo stesso registro: sobrio, istituzionale, intriso di valori costituzionali. Ma stavolta, in occasione di Rosh haShanà, il capodanno ebraico, il testo conteneva un passaggio che stona con la solita neutralità rituale. Una frase che, in un'Italia attraversata da fratture sul conflitto israelo-palestinese, non può essere liquidata come semplice orpello retorico.

«Un messaggio di speranza e rigenerazione che interroga severamente gli accadimenti attuali, invitando a respingere con fermezza ogni forma di violenza, intolleranza, discriminazione, che colpisca la dignità delle persone, la libertà, la vita umana e ignori le ragioni e le necessità altrui».

Parole dure. Non un augurio generico, ma un richiamo etico, un vero e proprio monito. E il punto è questo: pronunciate nel momento in cui vengono rivolte alla comunità ebraica italiana, nel pieno di un conflitto che vede Israele accusato di atrocità contro i civili palestinesi, esse suonano come un invito esplicito a guardarsi allo specchio — non solo come cittadini italiani, ma come portatori di posizioni pubbliche che hanno avuto, negli ultimi mesi, un'eco politica e morale rilevante.

 
Il passaggio incriminato: etica universale o frecciata politica?

Sul piano formale, il Quirinale non parla mai “contro” qualcuno. Mattarella resta fedele alla sua funzione: non dividere, non accusare, non polarizzare. Tuttavia, le parole hanno un peso, e i contesti li amplificano.

“Interrogare severamente gli accadimenti attuali” significa chiamare in causa ciò che accade ora, non in un tempo indeterminato. E ciò che accade ora è il massacro quotidiano di civili a Gaza, il disprezzo reciproco tra comunità, il linguaggio della vendetta che domina le cronache.

L'aggiunta «ignori le ragioni e le necessità altrui» va oltre: è un'accusa implicita contro ogni unilateralismo morale, contro ogni discorso che nega la legittimità della sofferenza dell'altro. E questo, nell'Italia del 2025, ha un destinatario chiaro: i settori dell'opinione pubblica — tra cui spiccano figure vicine alla comunità ebraica — che hanno giustificato ogni azione israeliana in nome della “sicurezza”, arrivando di fatto a minimizzare la devastazione umana in corso.

 
L'Italia, la comunità ebraica e il riflesso condizionato del conflitto

Negli ultimi mesi l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI) ha rilasciato dichiarazioni che oscillano tra la condanna del terrorismo di Hamas e la preoccupazione per l'ondata di antisemitismo, reale e crescente. Ma spesso, al di là delle formule ufficiali, esponenti vicini alle istituzioni ebraiche hanno assunto un tono senza sfumature: appoggio totale a Israele, silenzio quasi assoluto sulle vittime palestinesi.

Non solo. Opinionisti, accademici e politici di origine ebraica — ma non solo loro — hanno rivendicato con orgoglio la linea “senza se e senza ma”: Israele ha diritto a difendersi, punto. Poco importa se la difesa prende la forma di bombardamenti indiscriminati, assedi che colpiscono acqua, elettricità, medicine. Poco importa se l'Onu parla di “genocidio”.

Ecco il nodo: quando il Presidente della Repubblica pronuncia un richiamo alla necessità di riconoscere “le ragioni e le necessità altrui”, non è difficile capire perché molti possano leggerci un invito diretto a queste voci. È come dire: la dignità umana non è negoziabile. E chi finge che lo sia, chi la riduce a variabile sacrificabile in nome della geopolitica, tradisce i valori fondanti della Repubblica.

 
Il significato politico implicito del messaggio

Mattarella non accusa, non indica col dito. Ma l'effetto è lo stesso: pronunciare un monito universale, proprio in quel giorno, rivolto a quella comunità, significa suggerire una responsabilità specifica.

Non è questione di “colpa collettiva”. Nessun presidente repubblicano parlerebbe mai così. È questione di responsabilità morale: se dentro la comunità nazionale ci sono gruppi che, per legami identitari o politici, tendono a giustificare la violenza, allora il monito li riguarda più da vicino.

E questo vale non solo per gli ebrei italiani filo-israeliani, ma anche per qualsiasi altra componente che faccia lo stesso gioco: chi giustifica i massacri di Hamas, chi minimizza gli stupri e gli omicidi, chi indulge al linguaggio del genocidio “meritato”. La differenza è che, al momento, il baricentro del dibattito italiano è dominato dal tema di Gaza, e dunque è inevitabile che la comunità ebraica si senta chiamata in causa.

 
I rischi di lettura distorta

C'è un rischio evidente: trasformare un monito universale in un'accusa etnica. Leggere il discorso di Mattarella come se avesse detto “gli ebrei italiani sono complici di un genocidio” sarebbe sbagliato e pericoloso.

Il Presidente non ha detto questo. Non lo dirà mai. Non è il suo ruolo. Ma c'è una differenza tra “accusa etnica” e “richiamo politico implicito”. La prima è inaccettabile, perché criminalizza una collettività. Il secondo è legittimo, perché richiama i cittadini — tutti, indistintamente — a misurarsi con il proprio discorso pubblico.

Ed è esattamente qui che si colloca il passaggio “incriminato”: un avvertimento severo contro chiunque, dentro o fuori la comunità ebraica, si ostini a ignorare l'umanità dell'altro.

 
Conclusione: la forza di un messaggio che non lascia scappatoie

Mattarella, con il linguaggio felpato della sua carica, ha detto l'essenziale: chi giustifica la violenza, chi la minimizza, chi la riveste di giustificazioni ideologiche, tradisce i valori fondamentali della convivenza.

Che il monito sia stato pronunciato in occasione di Rosh haShanà, rivolto agli ebrei italiani, non è un dettaglio ma una scelta precisa: vuol dire che il Presidente non accetta che, in nome della memoria della Shoah o della difesa identitaria, si possa chiudere un occhio sulla sofferenza inflitta ad altri popoli.

Non è antisemitismo, non è ostilità verso gli ebrei: è coerenza repubblicana. La Repubblica si fonda sull'uguaglianza della dignità umana. E chi la calpesta — con le bombe, con le armi o con le parole — non ha scuse, non ha legittimazione morale.

Per questo il messaggio di Mattarella non è un augurio come gli altri. È un richiamo che non lascia scappatoie.




Crediti immagine: Quirinale, foto d'archivio