C'è un punto oltre il quale la politica non può più rifugiarsi nella formula del “lapsus”, soprattutto se pronunciate da chi guida il ministero dell'Istruzione, cioè il dicastero che dovrebbe custodire la memoria civile del Paese e trasmetterla alle nuove generazioni con rigore, precisione e rispetto. Per questo la frase pronunciata da Giuseppe Valditara durante l'inaugurazione di una scuola intitolata a Piersanti Mattarella non può essere archiviata come una semplice distrazione verbale.
Questo lo strafalcione del ministro Giuseppe Valditara, detto durante una visita in Irpinia per inaugurare una scuola intitolata a Piersanti Mattarella, allora presidente della Regione Siciliana: “All’epoca avevo 18 anni e ricordo quella foto drammatica del presidente Sergio Mattarella che prendeva in braccio il fratello assassinato dalle Brigate Rosse e lo tirava furi dalla macchina. Piersanti è stato un esempio di lotta alla mafia, di legalità, aveva avviato un percorso di riforme sul tema degli appalti pubblici e ricordarlo con questa intitolazione è atto di grande importanza”.
Il ministro dell'Istruzione Valditara disse “Perdere un anno a studiare i dinosauri è una sciocchezza. Dare più importanza a Rinascimento, Risorgimento, e va studiata pure l'epoca del terrorismo” https://t.co/CI2mD2RirX pic.twitter.com/J94nlgFjwN
— nonleggerlo (@nonleggerlo) May 7, 2026
Ma Piersanti Mattarella non fu ucciso dalle BR. Fu assassinato dalla mafia, il 6 gennaio 1980, in un delitto che rappresenta ancora oggi uno dei grandi snodi oscuri della storia repubblicana. E non si tratta di una sfumatura. Non è un dettaglio secondario. È la differenza tra terrorismo politico e potere mafioso, tra due ferite diverse della storia italiana, entrambe tragiche ma profondamente distinte.
Colpisce, semmai, che un ministro dell'Istruzione abbia scelto immediatamente la strada dell'autodifesa indignata, parlando di “sciacallaggio ignobile”, invece di fermarsi un momento davanti alla gravità dell'errore. Perché nessuno pretende l'infallibilità. I lapsus esistono, capitano a chiunque. Ma nelle istituzioni conta anche il modo in cui si reagisce. E davanti a un errore che coinvolge il presidente della Repubblica, la memoria di una vittima di mafia e una delle pagine più delicate della lotta dello Stato contro Cosa Nostra, forse sarebbe bastato molto meno: un'ammissione sobria, un chiarimento netto, magari persino una parola di rispetto per una vicenda che ancora oggi continua a produrre inchieste, interrogativi e ombre.
La storia dell'omicidio Mattarella, infatti, non è soltanto memoria. È ancora materia viva della giustizia italiana. Piersanti Mattarella venne assassinato a Palermo mentre era alla guida della sua Fiat 132, davanti alla moglie, alla figlia e alla suocera. Un'esecuzione mafiosa che colpì un uomo politico democristiano vicino ad Aldo Moro, deciso a imprimere una svolta moralizzatrice alla Regione Siciliana, soprattutto sul terreno degli appalti pubblici e del rapporto fra politica e potere criminale. Un progetto che disturbava equilibri enormi, economici e politici.
Negli anni, attorno a quell'omicidio, sono emerse ipotesi inquietanti. Il giudice Giovanni Falcone sviluppò la cosiddetta “pista nera”, ipotizzando contatti fra Cosa Nostra e ambienti dell'estrema destra eversiva. Nelle indagini comparvero anche i nomi di Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini. Eppure, perfino dentro quel quadro ambiguo e mai del tutto chiarito, il riferimento alle Brigate Rosse resta storicamente privo di fondamento. È questo che rende lo svarione ancora più sorprendente.
Ma c'è un elemento ulteriore, forse il più doloroso. Mentre Valditara parlava di “sciacallaggio”, la magistratura continua a scavare proprio su quell'assassinio, riaprendo piste e indagando persino su presunti depistaggi istituzionali. Nel 2025 una nuova indagine ha coinvolto i boss mafiosi Antonino Madonia e Giuseppe Lucchese, mentre la procura di Palermo ha acceso un faro anche sulle presunte manipolazioni successive all'agguato. Tra gli indagati figura l'ex funzionario della Squadra Mobile Filippo Piritore, accusato dai pm di avere mentito su elementi decisivi dell'inchiesta.
Ed è qui che la vicenda smette definitivamente di essere una semplice gaffe politica. Perché quando si parla di Piersanti Mattarella si parla di uno Stato che, per decenni, ha cercato la verità anche contro le proprie zone grigie. Si parla di un uomo ucciso mentre tentava di spezzare sistemi consolidati di potere. Si parla di una famiglia che ha attraversato il dolore senza trasformarlo in propaganda. E allora vedere tutto ridotto a un “lapsus” seguito da accuse di sciacallaggio produce una sensazione amara: quella di una classe dirigente sempre più rapida nel difendere se stessa e sempre meno capace di fermarsi davanti al peso della storia.
Il punto, in fondo, non è chiedere la testa di un ministro per una frase sbagliata. Sarebbe ridicolo e sproporzionato. Il punto è pretendere che chi occupa certi ruoli comprenda che la memoria civile non è un terreno su cui inciampare con leggerezza. Soprattutto se si guida il ministero che dovrebbe insegnarla.


