Oggi abbiamo il piacere di ospitare il Dottor Gregorio Scribano, esperto di economia sociale e politiche del lavoro, editorialista e pioniere del giornalismo partecipativo in Italia, che da anni analizza con occhio critico le dinamiche economiche e sociali italiane. In questa intervista affronteremo un tema cruciale per il futuro del nostro Paese: il paradosso di un’Italia che riesce a reperire risorse finanziarie per grandi opere infrastrutturali, programmi di riarmo e aiuti internazionali, nonché per misure di sostegno temporanee come bonus e incentivi fiscali, ma che, al contempo, manifesta una persistente incapacità nel garantire salari equi e pensioni dignitose ai lavoratori che costituiscono la spina dorsale dell’economia nazionale.

Dottor Scribano, partiamo da un dato ormai sotto gli occhi di tutti: l’Italia destina enormi risorse a misure come il riarmo, le maxi detrazioni edilizie e il sostegno all’Ucraina, mentre i salari restano fermi da oltre vent’anni. Come interpreta questo fenomeno?

È un fenomeno che sintetizza una scelta politica ben precisa. Non è vero che i soldi non ci siano, come spesso viene raccontato. Ci sono, eccome, ma vengono allocati secondo priorità che privilegiano certi settori e interessi. Il fatto che gli stipendi dei lavoratori rimangano bloccati è la dimostrazione che chi governa vede chi lavora come una voce di spesa da contenere, non come un investimento fondamentale per la crescita e la stabilità sociale.

Il potere d’acquisto degli italiani continua a diminuire, con bollette, alimentari e trasporti che costano sempre di più. Eppure si parla tanto di produttività e innovazione. Perché questa ripresa non arriva nelle tasche dei lavoratori?

Perché la crescita economica che si è vista negli ultimi anni è molto sbilanciata. Arriva principalmente a chi possiede capitali o è in posizioni apicali nelle aziende, mentre la gran parte dei lavoratori dipendenti vede solo l’aumento dei costi senza alcun adeguamento salariale. Il risultato è una forbice sociale sempre più ampia, che indebolisce il tessuto sociale e mina la coesione del Paese.

Parliamo di pensioni: perché si insiste con l’austerità previdenziale, innalzando l’età pensionabile e peggiorando le condizioni per i futuri pensionati?

Questo è forse uno degli aspetti più drammatici. La narrazione ufficiale dice che non ci siano fondi sufficienti per pagare le pensioni, ma dietro c’è una visione di lungo termine che spinge a far lavorare più a lungo le persone e a ridurre i costi del sistema previdenziale. Il rischio concreto è una vecchiaia fatta di lavoro prolungato e pensioni insufficienti, con conseguenze sociali ed economiche gravissime.

Siamo a un punto cruciale: il futuro del governo Meloni sembra dipendere molto dalle scelte che il centrodestra saprà mettere in campo su due grandi temi che incidono sulla carne viva degli italiani: stipendi e pensioni. Qual è il suo giudizio sulle prospettive?

Il governo Meloni si trova davanti a una sfida decisiva. Se non riuscirà a intervenire concretamente per migliorare la condizione salariale e previdenziale dei lavoratori, rischia di perdere rapidamente consenso popolare. La tenuta sociale del Paese passa proprio da qui: il centrodestra dovrà dimostrare di saper ascoltare la sofferenza reale delle famiglie e dei lavoratori, altrimenti rischia di trovarsi schiacciato da una crisi sociale profonda. In sostanza, queste scelte non sono solo economiche, ma politiche e strategiche per la stabilità stessa del governo e del Paese.

Quali sono, secondo lei, le misure urgenti da adottare per evitare che questa situazione degeneri?

Occorre un piano serio di adeguamento salariale che riconosca il reale aumento del costo della vita, una riforma fiscale equa che scarichi meno peso sui lavoratori dipendenti e sulle famiglie e una revisione previdenziale che garantisca pensioni dignitose e sostenibili riportando l'asticella dell'età pensionabile sulla soglia massima dei 65 ani di età senza penalizzazioni.

Un’ultima riflessione, Dottor Scribano: cosa rischia l’Italia se non si cambiano queste politiche?

Senza interventi strutturali mirati a salvare il ceto medio, alzando gli stipendi e abbassando l'età pensionabile, l’Italia rischia non solo una crisi economica, ma una profonda crisi sociale e politica. Un Paese che non tutela chi lavora mina alla radice il proprio patto sociale. La fiducia nella democrazia si erode, cresce la disillusione e si rischia di aprire la strada a conflitti sociali e a forme di populismo autoritario. È un bivio decisivo: possiamo ancora scegliere di investire sulle persone, oppure assistere al declino di un’Italia che non riesce più a prendersi cura dei suoi cittadini più laboriosi.

Ringraziamo il Dottor Gregorio Scribano per il suo prezioso contributo. La questione è chiara: il futuro non solo dell'attuale esecutivo, ma soprattutto dell’Italia dipende anche dalla capacità di mettere al centro chi lavora e merita rispetto e dignità. E questa non è più una scelta rinviabile.