Esteri

Il cardinale Pizzaballa ha descritto il dramma dei palestinesi, ostaggio del genocidario Stato di Israele in una intervista a Lucio Caracciolo

La rivista Limes ha istituito un Premio per il Dialogo e la Pace.  Questo riconoscimento vuole significare quanto il dialogo, inteso confronto con il punto di vista dell’altro, sia alla radice della geopolitica. Dialogo di convergenza, base per la pace che oggi sentiamo così minacciata.

La prima edizione del Premio si è svolta a Bergamo, al Teatro Sociale e alla Biblioteca civica Angelo Mai, il 28 e 29 giugno. La redazione di Limes, per questa prima edizione, ha premiato Sua Eminenza il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini.

Di seguito l'intervista su Gaza e sui Territori Occupati di Lucio Caracciolo al cardinale Pizzaballa.

Lucio Caracciolo, direttore di Limes:
Non è senza emozione che prego il cardinale Pizzaballa di raggiungermi sul palco. Mi permetta di cominciare dal titolo dell'enciclica di Papa Leone, Magnifica Humanitas. Quello che, più di ogni altra cosa, mi colpisce della guerra di cui lei è testimone è l'incapacità delle parti in causa di considerarsi reciprocamente umane.

E non parlo soltanto di un momento di furore. Nella comunicazione pubblica si insiste infatti nel legittimare quel tipo particolarmente feroce di rappresaglia messa in atto dopo il 7 ottobre da parte israeliana, presentando questa guerra contro quelli che, cito testualmente l'ex ministro della Difesa, sono stati definiti "animali umani".

Devo dire, per completezza d'informazione, che epiteti simili vengono usati anche da parte palestinese, addirittura nei confronti di altri palestinesi. Mi riferisco all'Autorità Nazionale Palestinese e ad Hamas. Com'è possibile arrivare a un tale livello di degradazione?

 
Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini:
I fatti dimostrano che è possibile, purtroppo. Credo sia vero che ciò che è accaduto il 7 ottobre abbia rappresentato un trauma profondo, ancora oggi molto presente nell'animo israeliano, nell'animo ebraico-israeliano. Però è anche vero che veniamo da anni di un linguaggio e di una narrazione molto violenti, molto escludenti.

Dopo il 7 ottobre e con la guerra di Gaza sono cadute anche le ultime remore che ancora esistevano e questo ha permesso che tutto ciò emergesse con maggiore forza. Naturalmente è un insieme di fattori. Non si può generalizzare: non tutta la popolazione israeliana è così, certamente.

È però vero che permane un trauma profondo all'interno della società israeliana, un forte senso di rifiuto per quanto accaduto. Ma è anche vero che, nel tempo, si è consolidata una narrativa, un modo di pensare che è stato a lungo sottovalutato.

Si diceva: "Sono estremisti, sono esagerati, non contano." Invece, poco alla volta, quel linguaggio è diventato, se non dominante, certamente molto presente.

 
Caracciolo:
Eminenza, lei viene da Gaza. Se non sbaglio vi si è recato quattro volte dopo il 7 ottobre. Ne abbiamo già parlato questa mattina, ma può raccontarci che cos'è oggi Gaza?

 
Pizzaballa:
Ho guardato con molta attenzione la mappa di Gaza. L'ho percorsa tutta diverse volte, sia prima della guerra sia durante il conflitto. L'ultima volta è stata esattamente una settimana fa. Sono entrato dal valico di Kerem Shalom e questo mi ha consentito di attraversare l'intera Striscia da sud fino a nord.

È un disastro.

Bisogna dirlo con chiarezza.

Ci sono intere città che non esistono più, letteralmente rase al suolo. Rafah è una di queste: Rafah non esiste più. Era una città abitata da centinaia di migliaia di persone. Quando si entra nella Striscia ci sono due cose che colpiscono immediatamente. La prima è che si deve viaggiare lungo strade improvvisate, aperte in mezzo alle tende. Non ci sono quasi più edifici. Qua e là sopravvive qualche costruzione integra, ma la maggior parte è distrutta oppure gravemente danneggiata. Le persone vivono nelle tende, letteralmente in mezzo alle fognature.

La seconda cosa, che nessuna immagine riesce a trasmettere, sono gli odori.

C'è poi un aspetto di cui si parla pochissimo: una delle piaghe più gravi di questo momento è rappresentata dai topi, che mordono continuamente le persone, soprattutto i bambini. Le condizioni igieniche sono terribili. Vivendo nelle tende, in una situazione così degradata, è inevitabile. È davvero impressionante percorrere decine di chilometri — non saprei dire quanti — vedendo ovunque la stessa scena.

Oggi entra un po' di cibo, soprattutto attraverso i canali commerciali, ma quasi tutto il resto continua a essere proibito. Tutto ciò che può essere considerato a "duplice uso", cioè potenzialmente utilizzabile da Hamas, viene bloccato.

Le faccio un esempio concreto.

Noi vorremmo riaprire una scuola. Ma non possono entrare i banchi, i quaderni, le matite. Allora abbiamo pensato di recuperare il legno dei pallet per costruire i banchi. Però poi servono i chiodi. Così molte persone passano le giornate a cercare tra le macerie pezzi di metallo, chiodi e altri materiali da recuperare, sistemare e rivendere.

Mancano inoltre molti medicinali, non tutti, ma quelli specialistici sì. Gli ospedali ne hanno un bisogno enorme. Manca perfino il vetro per le finestre. Sono stato in un ospedale oftalmico: era stato parzialmente distrutto. Hanno cercato di rimettere in funzione le sale operatorie, ma al posto delle finestre hanno dovuto mettere dei teli di plastica.

Ovunque si cerca di recuperare quello che è possibile. È una situazione che provoca un'enorme sofferenza. Confesso che faccio fatica a comprenderla. Onestamente, non riesco a comprenderla.

Caracciolo:
Come tutti sappiamo, esiste una Gaza visibile ed esiste una Gaza invisibile: quella dei famigerati tunnel nei quali si sono rifugiati gli uomini di Hamas e dove, immagino, ce ne siano ancora molti. Che rapporto c'è fra queste due Gaza?

 
Pizzaballa:
Un rapporto c'è. Hamas controlla ancora gran parte della Striscia di Gaza. Bisogna anche ricordare che Hamas è una galassia di organizzazioni: è certamente un gruppo strutturato, oggi sicuramente indebolito, ma continua a esercitare il controllo del territorio.

Nelle mie precedenti visite, ai principali incroci c'erano sempre uomini armati appartenenti a loro. Anche oggi, ovunque mi spostassi, c'era sempre qualcuno che, con molta gentilezza e rispetto, controllava, accompagnava e verificava i movimenti.

Quando si entra nella Striscia, arriva sempre una telefonata o un messaggio di benvenuto: è un modo per far capire che il controllo esiste ancora ed è piuttosto evidente. È chiaro che i quartieri generali sono ancora sottoterra e che molto continua a trovarsi nei tunnel.

Ricordo un episodio.

Prima della guerra avevamo diverse scuole a Gaza. Una di queste era gestita dalle Suore del Rosario, nel quartiere di Rimal. Quando sono andato a vedere cosa ne restava, ho trovato il quartiere completamente raso al suolo. La scuola era in gran parte distrutta. Un'intera ala dell'edificio era sprofondata nel terreno. Probabilmente sotto passavano dei tunnel e, quando sono stati fatti esplodere, quella parte della costruzione è crollata. Anche questo dimostra che i tunnel esistono davvero.

 
Caracciolo:
La popolazione che è rimasta nella Striscia — non so nemmeno quante persone siano oggi rispetto ai circa due milioni e duecentomila abitanti originari — e soprattutto i bambini, come si stanno adattando a questa realtà?

 
Pizzaballa:
Direi: sì e no. È molto difficile abituarsi a una situazione del genere. I bambini, però, restano bambini. La cosa che colpisce è vederne tantissimi, ovunque.

Vivono per strada, sporchi, giocano in mezzo alle fogne perché non hanno altro posto dove andare, invece di essere a scuola. Le scuole ancora funzionanti sono pochissime. La maggior parte sono strutture organizzate da volontari o da organizzazioni umanitarie, ma non fanno parte del sistema scolastico ufficiale. Gli edifici scolastici, quando non sono stati distrutti, vengono utilizzati come rifugi dalla popolazione.

Parlando con gli insegnanti e con il personale sanitario, mi aspettavo che chiedessero soprattutto medicine, chirurghi, materiale medico. Mi hanno risposto: «Sì, tutto questo serve. Ma ciò di cui abbiamo più bisogno sono persone preparate ad affrontare i traumi psicologici dei bambini e delle loro madri.»

 
Caracciolo:
Noi abbiamo pubblicato su Limes anche uno scambio di lettere tra psicoanalisti israeliani e psicoanalisti di Gaza proprio su questo tema: la condivisione del dolore.

 
Pizzaballa:
È un tema molto difficile. Ma alla fine sarà inevitabile affrontarlo.

 
Caracciolo:
Parliamo dei soldati israeliani. Lei li incontra sia a Gaza sia altrove. Che tipo di rapporto si instaura?

 
Pizzaballa:
C'è di tutto. Devo dire, con un certo dolore, che quelli che mi hanno colpito di più sono proprio i religiosi. Parlo dei soldati religiosi.

 
Caracciolo:
Esiste qualcosa di simile ai cappellani militari?

 
Pizzaballa:
No. Ci sono anche i cappellani, naturalmente, ma qui parlo dei combattenti religiosi. E sono spesso quelli più duri. Naturalmente non sono tutti uguali. Ci sono anche membri della mia diocesi che prestano servizio militare.

Durante la guerra mi sono trovato ad avere giovani della mia diocesi che combattevano a Gaza e, contemporaneamente, altri fedeli della stessa diocesi che erano sotto il loro fuoco. Questo rende bene l'idea della complessità della situazione. L'ultima volta che sono entrato nella Striscia, un soldato mi ha fermato. Voleva fare una fotografia con me. Naturalmente bisognava fare attenzione, perché poi quella fotografia avrebbe potuto essere pubblicata.

Mi disse: «La ringrazio, perché voi rendete il mondo migliore.» Poi, però, ci sono anche quelli che fanno esattamente il contrario. Insomma, c'è davvero di tutto. In generale, però, è molto difficile instaurare un rapporto libero, sereno e spontaneo. Anche il mondo militare è una galassia molto articolata e oggi mancano punti di riferimento chiari.

 
Caracciolo: Cambiamo scenario. Lasciamo Gaza e spostiamoci sulle colline della Cisgiordania — o della Giudea e Samaria, come vengono chiamate in Israele. Durante la guerra abbiamo visto i cosiddetti coloni ebrei avanzare sempre più in profondità, occupando nuovi territori con il sostegno, o quantomeno con la copertura, del governo.

Lei li ha certamente incontrati. Ricordo una sua intervista di molti anni fa nella quale descriveva addirittura due diversi tipi di sputo: quello rivolto contro la tonaca e quello indirizzato a terra, quasi a misurare il livello di ostilità nei suoi confronti.

Che cosa sta succedendo oggi in Cisgiordania?

 
Pizzaballa:
Oggi la Cisgiordania è diventata, di fatto, un territorio dove la legge non esiste. E, se esiste, certamente non tutela i palestinesi. Ai coloni viene consentito quasi tutto. Aggressioni gratuite. Furti. Distruzione delle proprietà. Alberi tagliati. Contadini ai quali viene impedito di coltivare la propria terra. Nuovi checkpoint che compaiono ogni giorno.Aggressioni sempre più violente, con feriti e, soprattutto, con parole di disprezzo che feriscono profondamente le persone.

È diventata la quotidianità. Succede praticamente ovunque. Non soltanto nei villaggi cristiani, ma soprattutto in quelli musulmani. E il problema è che non sappiamo più a chi rivolgerci.

Non riguarda soltanto la cosiddetta Area C. Le incursioni avvengono anche nelle Aree B e A. Entrano, aggrediscono e poi se ne vanno. Capita spesso che noi chiamiamo l'esercito. Ma, evidentemente, qualcuno li avverte dell'arrivo dei militari. Così spariscono prima che l'esercito arrivi.

I soldati non trovano nessuno e finiscono perfino per rimproverare noi perché li abbiamo chiamati. È una situazione che si ripete ogni giorno. La popolazione è esausta. E credo che il futuro della questione israelo-palestinese si stia decidendo proprio lì. O forse, temo, sia già stato deciso.

 
(Continua...)

Autore Giuseppe Ballerini
Categoria Esteri
ha ricevuto 52 voti
Commenta Inserisci Notizia