Per decenni è stata considerata una delle organizzazioni più influenti di Washington. Un attore politico capace di orientare campagne elettorali, raccogliere fondi milionari e contribuire a determinare le carriere di deputati e senatori. Oggi però qualcosa sta cambiando. E il cambiamento potrebbe avere conseguenze profonde per la politica americana e per il rapporto tra gli Stati Uniti e Israele.
Secondo una vasta inchiesta pubblicata dal New York Times, il potente American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), la più nota lobby filo-israeliana degli Stati Uniti, sta attraversando una fase di crescente contestazione all'interno dello stesso Partito Democratico. Sempre più candidati, sia dell'ala progressista sia di quella moderata, stanno infatti scegliendo di rifiutare apertamente il sostegno finanziario dell'organizzazione, trasformando quello che per anni era stato un tabù politico in un tema centrale della campagna elettorale.
Si tratta di una svolta storica. Per lungo tempo criticare l'AIPAC significava esporsi a pesanti attacchi politici e mediatici. Oggi, invece, numerosi esponenti democratici ritengono che proprio la vicinanza all'organizzazione possa diventare un problema elettorale, soprattutto presso gli elettori più giovani.
Il caso di New York
L'esempio più emblematico arriva dalla decima circoscrizione di New York, un distretto con una consistente popolazione ebraica e tradizionalmente considerato terreno favorevole all'AIPAC.
Qui il candidato progressista Brad Lander ha costruito una parte significativa della propria campagna elettorale sulla promessa di non piegarsi alle pressioni della lobby pro-Israele. Lander ha paragonato l'influenza dell'organizzazione a quella esercitata dai grandi gruppi finanziari di Wall Street, accusandola di tentare di orientare il dibattito politico attraverso la forza del denaro.
La sfida è particolarmente significativa perché avviene in una delle aree urbane più sensibili al tema dei rapporti tra Stati Uniti e Israele. Eppure il messaggio sembra trovare ascolto presso una parte crescente dell'elettorato democratico.
Persino il deputato uscente Dan Goldman, considerato molto vicino alle posizioni tradizionalmente favorevoli a Israele, ha scelto di non accettare finanziamenti diretti dall'AIPAC, nonostante l'organizzazione abbia annunciato il proprio sostegno alla sua candidatura.
Un segnale che evidenzia come il marchio politico della lobby non rappresenti più automaticamente un vantaggio.
Cento milioni di dollari per influenzare le elezioni
L'aspetto che alimenta maggiormente le polemiche riguarda la capacità finanziaria dell'AIPAC. Secondo quanto riportato dall'inchiesta, l'organizzazione avrebbe predisposto circa 100 milioni di dollari per influenzare il ciclo elettorale del 2026 attraverso una rete di Political Action Committees (PAC) e Super PAC.
Una cifra enorme che conferma la straordinaria capacità di raccolta fondi della lobby.
I critici sostengono che questo sistema finisca per alterare il normale confronto democratico, consentendo a gruppi di interesse particolarmente ricchi di esercitare un'influenza sproporzionata sul processo politico. In altre parole, il rischio denunciato da numerosi osservatori è che il peso delle risorse economiche finisca per contare più delle preferenze degli elettori.
L'AIPAC respinge naturalmente queste accuse e sostiene di operare nel pieno rispetto delle leggi americane sul finanziamento politico. Tuttavia il tema sta assumendo una rilevanza crescente nel dibattito pubblico.
I sondaggi che preoccupano la lobby
A rendere ancora più delicata la situazione sono i dati provenienti dagli stati chiave.
In Illinois, ad esempio, un sondaggio citato dall'inchiesta mostra che il 51% degli elettori democratici ha oggi un'opinione negativa dell'AIPAC, mentre soltanto il 17% esprime un giudizio favorevole.
Numeri che sarebbero stati impensabili soltanto pochi anni fa.
Proprio in Illinois il candidato Daniel Biss ha ottenuto un importante successo nelle primarie anche grazie a una campagna che metteva in evidenza la propria opposizione all'influenza finanziaria della lobby.
Per molti analisti non si tratta di episodi isolati, ma dell'indicazione di una trasformazione più profonda in corso all'interno della base democratica.
Gaza, Cisgiordania e il cambiamento generazionale
Sul declino dell'influenza dell'AIPAC pesa inevitabilmente anche la guerra a Gaza e il crescente malcontento internazionale verso le politiche del governo israeliano.
Le immagini delle distruzioni nella Striscia di Gaza, le accuse provenienti da organizzazioni per i diritti umani e le continue tensioni in Cisgiordania hanno contribuito ad allargare il divario tra le posizioni della leadership israeliana e quelle di una parte significativa dell'elettorato democratico.
Molti giovani americani, inclusi numerosi elettori ebrei progressisti, si mostrano oggi molto più critici nei confronti delle politiche del governo di Gerusalemme rispetto alle generazioni precedenti.
In questo contesto, il sostegno incondizionato alle scelte dell'esecutivo israeliano viene percepito da una quota crescente di cittadini come una posizione ideologica rigida e distante dalla realtà del conflitto.
L'avvertimento di J Street
Anche all'interno del mondo ebraico americano emergono voci critiche. Rappresentanti di organizzazioni come J Street, considerate favorevoli alla sicurezza di Israele ma più aperte a una soluzione diplomatica del conflitto israelo-palestinese, hanno lanciato un avvertimento chiaro.
Secondo questi osservatori, la strategia dell'AIPAC di pretendere un sostegno praticamente incondizionato alle politiche dei governi israeliani rischia di produrre un effetto opposto a quello desiderato.
Anziché rafforzare il legame tra Stati Uniti e Israele, potrebbe accelerarne l'erosione, soprattutto tra le nuove generazioni democratiche.
Un tabù che sta cadendo
Il dato politico più importante non riguarda soltanto i sondaggi o i finanziamenti. La vera novità è che l'AIPAC non appare più intoccabile.
Per decenni il sostegno alla lobby era considerato quasi obbligatorio per qualsiasi politico nazionale americano. Oggi, per la prima volta, candidati competitivi ritengono che sfidarla apertamente possa rappresentare un vantaggio elettorale.
Ciò non significa che l'organizzazione abbia perso il proprio enorme potere. Le sue risorse economiche restano immense e la sua rete di relazioni continua a essere tra le più influenti di Washington.
Tuttavia il fatto stesso che il dibattito sia diventato pubblico rappresenta una trasformazione significativa della politica statunitense.
L'AIPAC rimane uno dei gruppi di pressione più potenti d'America, ma il consenso automatico che per decenni ha circondato la sua attività sembra ormai appartenere al passato. E per una lobby costruita sull'idea dell'influenza incontestata, questa potrebbe essere la sfida più difficile da affrontare.


