Seconda parte dell'intervista:
(vai alla prima parte...)
Caracciolo:
Noi, soprattutto dopo il 7 ottobre, ci siamo inevitabilmente concentrati sulla reazione israeliana. Talvolta ho l'impressione che questo abbia finito quasi per "santificare" i palestinesi, come se esistessero soltanto il bene e il male, mentre sappiamo che la realtà è molto più complessa.
Restando in Cisgiordania, vorrei chiederle dell'Autorità Nazionale Palestinese. Quell'Autorità che oggi appare arroccata nei palazzi di Ramallah e che, soltanto un paio d'anni fa, celebrava la Nakba con una sfilata di moda in un albergo di lusso. Che cos'è oggi l'Autorità Palestinese? Che cosa rappresenta davvero?
Pizzaballa:
Le rispondo con sincerità. Ormai, tanto, uno in più o uno in meno che mi criticherà... L'Autorità Palestinese ha perso, prima di tutto, la credibilità agli occhi degli stessi palestinesi. E ha perso anche autorevolezza. Ha commesso molti errori, soprattutto sul piano politico. Naturalmente resta l'unico soggetto riconosciuto dalla comunità internazionale come rappresentante legittimo del popolo palestinese.
Per questo bisogna fare attenzione quando la si critica.
Ci sono certamente molte ragioni per farlo, ma bisogna anche ricordare che il popolo palestinese ha diritto a essere riconosciuto come tale e ha diritto a vivere nella propria terra con dignità. È triste constatare quanto oggi questa rappresentanza sia debole.
Caracciolo:
Qual è invece il rapporto fra la popolazione palestinese della Cisgiordania e Hamas?
Pizzaballa:
Anche qui non esiste una risposta unica. C'è di tutto. Quanto è accaduto a Gaza ha certamente spaventato una parte della popolazione palestinese. Ma non tutta. Molti dicono: «Abu Mazen, con la politica del dialogo, non ha ottenuto nulla.» E aggiungono: «L'unico modo per trattare con Israele è parlare lo stesso linguaggio.»
C'è chi pensa che, anche pagando un prezzo molto alto, sia quella l'unica strada per cambiare il futuro. Viviamo quindi una situazione estremamente fluida. Da una parte c'è la paura che la Cisgiordania possa fare la stessa fine di Gaza. Dall'altra c'è una profonda stanchezza per una vita vissuta in queste condizioni. Ma, soprattutto, manca un punto di riferimento nel quale la popolazione possa davvero riporre fiducia.
Caracciolo:
È anche vero che Israele, negli anni, ha sempre cercato di evitare la nascita di un interlocutore palestinese realmente forte. Forse si dimentica che Hamas, fino alla notte del 7 ottobre, intratteneva comunque rapporti con Israele e riceveva anche finanziamenti.
Pizzaballa:
Prima della guerra Hamas era già una presenza importante nei territori. Il consenso è oscillato nel tempo, ma resta una forza molto radicata. Naturalmente è difficile stabilire con precisione quale sia oggi il suo reale livello di consenso, anche perché le indagini disponibili vanno interpretate con cautela. Resta comunque una presenza molto solida.
Caracciolo:
Vorrei spostarmi sul tema del nazionalismo religioso israeliano. Penso a Bezalel Smotrich, a Itamar Ben-Gvir e agli ambienti che si richiamano all'idea di un diritto biblico su un territorio che arriverebbe addirittura dal Nilo all'Eufrate. Secondo lei questa visione corrisponde a un sentimento realmente diffuso oppure riguarda soltanto una minoranza particolarmente radicale?
Pizzaballa:
Non rappresentano ancora la maggioranza della società israeliana. Però stanno crescendo. È un movimento politico-messianico che acquista progressivamente consenso. Oggi alcuni suoi esponenti occupano ministeri molto importanti e il loro peso nella vita politica israeliana continua ad aumentare. Dal mio punto di vista è un fenomeno molto problematico. Sta producendo profonde divisioni anche all'interno della stessa società israeliana.
Caracciolo:
I lettori di Limes conoscono bene queste divisioni interne. Le proiezioni demografiche al 2050 indicano una crescita molto significativa della popolazione ultraortodossa, che per definizione non riconosce pienamente lo Stato di Israele e non partecipa alla sua difesa. Accanto a questa realtà ci sarà una consistente popolazione araba e altre minoranze. Paradossalmente, gli ebrei sionisti potrebbero diventare una minoranza nel loro stesso Paese.
Pizzaballa:
E il 2050 non è affatto lontano. Credo che questa consapevolezza esista già oggi all'interno della società israeliana. Esiste nel mondo culturale. Esiste nella politica. Esiste anche negli ambienti militari. Ed è probabilmente una delle ragioni profonde del senso di insicurezza che attraversa il Paese.
Israele si percepisce accerchiato dai Paesi arabi, ma anche esposto a tensioni interne sempre più forti. Questo sentimento di accerchiamento influenza molte decisioni politiche e militari, probabilmente molto più di quanto immaginiamo.
Caracciolo:
Arriviamo allora a Gerusalemme. Lei vive lì da ormai trentasei anni. Possiamo dire che ormai sia più gerosolimitano che italiano. Che cos'è oggi Gerusalemme?E come sta cambiando?
Pizzaballa:
Gerusalemme sta cambiando rapidamente. Sta cambiando la demografia. Stanno cambiando gli equilibri. Stanno cambiando soprattutto i confini psicologici fra le diverse comunità. Gli insediamenti israeliani ormai circondano quasi completamente Gerusalemme Est e l'intero cosiddetto Bacino Sacro.
Io vivo nella Città Vecchia, a poca distanza dal Santo Sepolcro, nel luogo dove si concentra la più alta densità di luoghi santi del mondo.
Fino a qualche anno fa quella era una zona prevalentemente araba. Oggi non è più così. È sempre più normale vedere ebrei religiosi attraversare quei vicoli.
Non è questo il problema. Il problema è che tutto ciò racconta come stia cambiando la percezione stessa della città. Ed è anche una delle ragioni per cui aumentano gli attriti e gli episodi di aggressione nei confronti dei cristiani. Le persone semplicemente si incontrano molto più spesso rispetto al passato. La popolazione araba cresce meno. I cristiani diminuiscono. Mentre aumenta rapidamente la popolazione ebraica, soprattutto quella religiosa e quella nazionalista religiosa.
Caracciolo:
Mi ha colpito un aspetto che forse è poco conosciuto. In questi anni, dopo il 7 ottobre e dopo la guerra di Gaza, la popolazione araba israeliana non ha manifestato una solidarietà particolarmente visibile verso i palestinesi di Gaza. Come lo spiega?
Pizzaballa:
Stiamo vivendo sempre più chiusi in bolle separate. Negli ultimi anni la Gerusalemme araba, Gerusalemme Est, ha partecipato molto poco alle vicende politiche della Cisgiordania e di Gaza. Ci sono state manifestazioni, certamente, ma molto contenute. Va anche detto che esiste un controllo molto rigido.
Per esempio, nei momenti più difficili, alle moschee potevano accedere soltanto le persone con più di quarantasette anni. Ai giovani era vietato. Anche entrare a Gerusalemme è diventato sempre più difficile. Credo che gli arabi di Gerusalemme, sia musulmani sia cristiani, abbiano cercato soprattutto di preservare quello che ancora resta dello status particolare della città.
Non per mancanza di solidarietà, ma perché tutti sanno che il cuore della questione è Gerusalemme.
Caracciolo:
Forse non è noto a tutti che gran parte del sostegno internazionale al sionismo non proviene dal mondo ebraico, ma da quello cristiano evangelico, soprattutto negli Stati Uniti. Gli evangelici americani rappresentano una forza politica enorme e sostengono apertamente le posizioni più espansionistiche del governo israeliano.
Che significato attribuisce a questa alleanza?
Pizzaballa:
È un tema che si collega direttamente al messianismo politico di cui parlavamo prima. Noi, come Chiesa cattolica, non abbiamo praticamente alcun dialogo con questi movimenti evangelici. Credo invece che dovremmo iniziare a confrontarci con loro, soprattutto sul modo in cui interpretano le Scritture.
Sono realtà molto potenti. Molto influenti dal punto di vista economico e politico. Forse oggi un po' meno unite rispetto a prima della guerra di Gaza, ma continuano ad avere un peso enorme, soprattutto negli Stati Uniti e nei confronti dell'amministrazione americana. Per il mondo arabo e islamico rappresentano una delle principali preoccupazioni. Anche per noi costituiscono un problema. Molti musulmani, infatti, non distinguono gli evangelici dalle altre confessioni cristiane. Pensano semplicemente che "i cristiani" condividano quelle posizioni. Questo crea difficoltà anche alle nostre comunità.
L'allineamento tra una parte del movimento evangelico, alcuni ambienti dell'amministrazione americana e il governo israeliano è una questione sulla quale dobbiamo riflettere molto seriamente. Finora abbiamo evitato il dialogo per non essere strumentalizzati. Ma credo che ormai sia necessario trovare il modo di confrontarsi anche con loro.
Caracciolo:
Loro hanno mai cercato un contatto con voi?
Pizzaballa:
Qualcuno sì. Ultimamente ci sono stati alcuni tentativi. Naturalmente bisogna fare molta attenzione. Anche una semplice fotografia insieme può essere utilizzata in modo improprio e trasformarsi in un problema.Ma resta necessario cercare di capire come ragiona l'altro.
Prima parlavamo del comprendere il dolore. Io aggiungerei che bisogna anche comprendere il modo di pensare dell'altro e le ragioni che lo portano a certe convinzioni. Solo così si possono cercare strade diverse.
Caracciolo:
Per concludere, ci descriva idealmente la sua diocesi. Credo sia una delle più complesse del mondo.
Pizzaballa:
Probabilmente sì. La mia diocesi comprende quattro Paesi diversi: Giordania, Israele, Palestina e Cipro. Quando dico Palestina intendo Cisgiordania e Gaza. Per Cipro intendo sia la parte greca sia quella occupata dalla Turchia. L'unico Paese con confini chiaramente definiti è la Giordania.Per il resto, tutto è ancora oggetto di contesa.
La diocesi è organizzata in sei vicariati.Uno per la Giordania. Uno per Israele. Uno per la Palestina. Uno per Cipro. Poi c'è il Vicariato dei lavoratori stranieri. Pochi ne parlano, ma in Israele vivono oltre centomila lavoratori immigrati. Sono loro a svolgere molti dei lavori che un tempo erano affidati ai palestinesi. Filippini, thailandesi, cinesi e molti altri. Una parte consistente di loro è cattolica.
Infine c'è il Vicariato cattolico di lingua ebraica, formato da cattolici perfettamente inseriti nella società israeliana. Negli ultimi tempi anche con loro non sono mancate alcune tensioni. Questa è la mia diocesi. Una diocesi nella quale nessun incontro può svolgersi utilizzando una sola lingua. E c'è un altro dato significativo. Il novanta per cento dei fedeli della mia diocesi non può raggiungere Gerusalemme.
Caracciolo:
Quali lingue utilizzate?
Pizzaballa:
Dipende dai contesti. Arabo. Ebraico. Inglese, praticamente sempre. E, quando siamo a Cipro, anche il greco.
Caracciolo:
Credo che dovremmo cartografare la sua diocesi. Ma, concretamente, che cosa possiamo fare noi, da qui?
Pizzaballa:
Voi fate già molto. Informare è fondamentale. Una realtà così complessa ha bisogno di un'informazione capace di aiutare le persone a comprendere. Poi ciascuno trarrà le proprie conclusioni.
Ma è importante continuare a parlarne.
Non bisogna seguire le mode dell'informazione, che dedicano attenzione a un tema per qualche settimana e poi lo dimenticano. Bisogna continuare a raccontare ciò che accade. Si può essere d'accordo oppure no. Si può condividere oppure dissentire. Non importa. L'importante è non smettere di parlarne.
Quel territorio appartiene anche a noi. Naturalmente non in senso politico. Appartiene alla nostra storia, alla nostra cultura, alla nostra memoria.Spesso dal mondo islamico ci chiedono perché parliamo tanto di Gerusalemme e molto meno, per esempio, del Sudan.
La risposta è semplice.
Il rapporto che abbiamo con Gerusalemme è unico. Fa parte della nostra identità. Pensiamo soltanto alla Gerusalemme liberata, scritta più di quattro secoli fa. Questo dimostra quanto quella città sia presente nella nostra cultura. Per questo è importante continuare a parlarne.Ed è importante anche coltivare una cosa della quale tutti hanno bisogno.
I palestinesi, certamente.
Ma anche gli israeliani. Non dobbiamo isolare nessuno. Israele oggi vive anche un forte senso di isolamento. L'isolamento non aiuta. Serve invece empatia. Serve cercare di comprendere. Serve ascoltare. Serve dialogare.
Dialogare non significa necessariamente condividere. Significa poter affermare con convinzione le proprie idee senza erigere nuove barriere.
Caracciolo:
Eminenza, mi permetta un'ultima osservazione. Di empatia se ne vede molta, ma quasi sempre soltanto verso chi la pensa come noi.
Pizzaballa:
Se fate questo, fate esattamente ciò che stiamo già facendo noi. E non ne abbiamo bisogno. Dovete aiutarci a uscire da quel pozzo nel quale siamo caduti. Non lasciateci lì dentro.
Caracciolo:
Eminenza, che dire? L'applauso che abbiamo appena ascoltato certifica la bontà della nostra scelta. Per me e per tutti noi è anche un po' come giocare in casa, ma va bene così. Le sono davvero molto grato per aver accettato questo riconoscimento. Invito ora gli organizzatori del Premio per il Dialogo e per la Pace ad avvicinarsi per la consegna della medaglia al cardinale Pierbattista Pizzaballa.
(Consegna del premio e applausi...)
Si conclude qui la giornata dedicata al Premio per il Dialogo e per la Pace, conferito al cardinale Pierbattista Pizzaballa, che ringrazio di cuore. Ci rivedremo l'anno prossimo. A presto.
Pizzaballa:
Amen.


