Mentre Washington e Teheran sembrano avvicinarsi a un accordo sul nucleare che potrebbe segnare una svolta storica nei rapporti tra Stati Uniti e Iran, sul terreno mediorientale continuano a moltiplicarsi gli elementi di tensione che rischiano di compromettere qualsiasi percorso diplomatico.
A rendere ancora più evidente la complessità della situazione sono state le dichiarazioni del vicepresidente americano JD Vance, che martedì ha definito il possibile accordo tra Washington e Teheran un vero e proprio "home run (nel baseball un punto ottenuto con un fuori campo) per il popolo americano", indipendentemente dal giudizio di Israele.
Parole che rappresentano probabilmente una delle più esplicite ammissioni degli ultimi anni riguardo all'esistenza di divergenze strategiche tra Stati Uniti e Israele sulla questione iraniana.
Vance: «Gli interessi americani vengono prima»
Intervistato da Fox News, Vance ha riconosciuto apertamente che Washington e Tel Aviv condividono molti obiettivi, ma non necessariamente tutti.
Secondo il vicepresidente americano, la priorità degli Stati Uniti resta impedire che l'Iran possa dotarsi di un'arma nucleare, mentre Israele continua a perseguire una strategia più ampia di contenimento e indebolimento dell'influenza regionale iraniana.
«Israele può essere favorevole o meno», ha affermato Vance, «ma noi riteniamo che questo accordo sia nel miglior interesse degli Stati Uniti d'America».
Una posizione che appare perfettamente allineata con quella del presidente Donald Trump, il quale nelle ultime ore ha dichiarato che l'intesa definitiva potrebbe essere raggiunta entro due o tre giorni.
Trump ha inoltre respinto le accuse secondo cui il premier israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe sfidato Washington autorizzando la risposta militare contro l'Iran dopo il nuovo lancio di missili avvenuto domenica sera.
Dietro le dichiarazioni ufficiali, tuttavia, emerge un quadro più complesso: da un lato gli Stati Uniti puntano a chiudere un dossier nucleare che da anni destabilizza il Medio Oriente... in vista delle prossime elezioni di medio termine che potrebbero ridisegnare le maggioranze al Congresso Usa; dall'altro Israele continua a considerare l'Iran una minaccia esistenziale e guarda con sospetto qualsiasi accordo che possa alleggerire la pressione su Teheran... in vista delle prossime politiche che potrebbero cambiare i rapporti di forza nella Knesset.
Il paradosso della diplomazia
Proprio mentre a Washington si parla di pace, il conflitto continua a produrre nuovi focolai di tensione.
Martedì l'aviazione israeliana ha infatti colpito nuovamente la città libanese di Tiro, dopo aver ordinato l'evacuazione di alcune aree.
La città, una delle più antiche del mondo e patrimonio riconosciuto dall'Unesco, rappresenta uno dei centri più importanti del Libano meridionale.
Situata a sud del fiume Litani, linea di demarcazione strategica in numerosi conflitti tra Israele e Hezbollah, Tiro ospita una popolazione prevalentemente sciita ma comprende anche comunità sunnite e cristiane.
Nell'area sono presenti inoltre diversi campi profughi palestinesi gestiti dall'UNRWA e vaste comunità palestinesi che vivono nelle zone circostanti.
Il sud del Libano costituisce storicamente la principale area di influenza di Hezbollah, movimento alleato dell'Iran e pilastro della cosiddetta "Asse della Resistenza" costruita da Teheran negli ultimi decenni.
L'attacco israeliano assume quindi un significato che va ben oltre il semplice obiettivo militare locale.
La minaccia iraniana
Nei giorni scorsi Teheran aveva lanciato un avvertimento molto chiaro: un attacco israeliano contro Beirut o contro aree strategiche del Libano avrebbe potuto provocare una ripresa della guerra su larga scala.
L'interrogativo che oggi domina le cancellerie internazionali è quindi semplice: l'Iran reagirà come aveva promesso?
Al momento non esistono indicazioni certe.
Da una parte la leadership iraniana sembra voler preservare il negoziato nucleare con Washington, che potrebbe portare benefici economici e politici enormi al Paese.
Dall'altra, ignorare completamente gli attacchi contro il Libano rischierebbe di indebolire la credibilità iraniana nei confronti dei propri alleati regionali, in particolare Hezbollah.
È possibile che Teheran scelga una risposta calibrata e indiretta, evitando un confronto frontale con Israele ma consentendo ai propri alleati regionali di aumentare la pressione militare.
Un'altra ipotesi è che l'Iran rinvii qualsiasi reazione significativa fino alla conclusione dei negoziati con gli Stati Uniti, cercando di non fornire pretesti a chi, sia a Washington sia a Tel Aviv, vorrebbe sabotare l'intesa.
Nuovo scontro all'AIEA
A complicare ulteriormente il quadro è arrivata anche la dura reazione iraniana alla bozza di risoluzione presentata dagli Stati Uniti presso il Consiglio dei Governatori dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica.
Secondo quanto riportato dall'agenzia statale iraniana IRNA, Teheran considera il testo statunitense "politico e provocatorio".
Le autorità iraniane accusano infatti Washington e i suoi alleati occidentali di utilizzare gli organismi internazionali come strumenti di pressione politica piuttosto che come sedi tecniche di verifica.
La tempistica non è casuale.
Mentre la Casa Bianca parla di accordo imminente, l'apertura di un nuovo fronte diplomatico all'interno dell'AIEA viene interpretata da Teheran come un tentativo di mantenere alta la pressione negoziale fino all'ultimo momento.
Una pace ancora fragile
Il Medio Oriente si trova oggi davanti a un apparente paradosso.
Da un lato Stati Uniti e Iran sembrano più vicini che mai a un'intesa destinata a ridurre uno dei principali fattori di instabilità globale.
Dall'altro, Israele continua le proprie operazioni militari in Libano e la tensione resta altissima lungo tutto l'arco che va da Beirut a Teheran.
Per questo motivo parlare di pace appare ancora prematuro.
Anche qualora l'accordo sul nucleare venisse firmato nelle prossime ore, resterebbero aperti numerosi dossier: il ruolo di Hezbollah, la sicurezza di Israele, la presenza iraniana nella regione e il futuro stesso dell'equilibrio mediorientale.
La vera domanda non è soltanto se l'accordo verrà raggiunto, ma se sarà sufficiente a impedire che una nuova crisi regionale cancelli in pochi giorni mesi di negoziati diplomatici.


