C’è un’immagine che più di ogni altra racconta la politica italiana degli ultimi anni: il governo che bussa alla porta di Bruxelles chiedendo flessibilità sui conti pubblici per affrontare l’ennesima emergenza, dopo aver sprecato tempo prezioso senza affrontarne le cause strutturali. È il caso della lettera inviata da Giorgia Meloni alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, con cui l’Italia chiede di estendere la National Escape Clause – oggi prevista per le spese militari – anche agli interventi contro il caro energia.
Richiesta legittima? Forse. Ma arriva con un ritardo colpevole.
Perché mentre oggi si invoca la “vicinanza ai cittadini” e la necessità di difendere famiglie e imprese dall’impennata dei costi energetici, viene da chiedersi: dov’era questa urgenza negli ultimi quattro anni? Cosa è stato fatto davvero dai precedenti governi per rendere l’Italia meno dipendente dall’energia acquistata a caro prezzo dall’estero?
La risposta è sotto gli occhi di tutti: troppo poco.
Non si è investito con il coraggio necessario sul nucleare di nuova generazione, rinviando ancora una volta una scelta strategica che altri Paesi europei hanno già compiuto. Non si è accelerato abbastanza sulle rinnovabili, frenate da burocrazia, veti e ritardi cronici. Non si è costruita una vera autonomia energetica nazionale.
E oggi, puntualmente, ci si presenta a Bruxelles con il cappello in mano, chiedendo nuovo debito.
Ma il conto, come sempre, non lo pagherà la politica e chi ha la pancia piena!
Lo pagheranno i lavoratori dipendenti e i pensionati. Quelli che non possono “ottimizzare fiscalmente” i propri redditi. Quelli che ogni mese vedono il potere d’acquisto eroso dall’inflazione. Quelli che pagano le tasse fino all’ultimo centesimo e che da anni sostengono il peso di un sistema sempre più sbilanciato, pagando il conto anche per coloro che evadono circa 100 miliardi di tasse ogni anno!
Lo stesso schema si ripete sulle pensioni.
Per anni si è “scialato” con le pensioni baby e si sono illusi i lavoratori, promettendo uscite anticipate e alimentando facili illusioni elettorali. Poi è arrivata la stagione del rigore: età pensionabile sempre più alta, assegni sempre più magri e un sistema contributivo che scarica il conto interamente sulle spalle dei lavoratori. Oggi l’Italia è tra i Paesi europei con l’età pensionabile più alta – ben oltre i 67 anni, con la prospettiva di superare persino i 70, come già avviene, seppure su base volontaria, per i medici ospedalieri – ed è anche uno dei Paesi con salari e pensioni tra i più bassi d’Europa.
Lavoriamo di più. Guadagniamo di meno. Viviamo peggio.
Eppure, quando si tratta di armi, di spese militari o di approvvigionamenti energetici d’emergenza, di stipendi d’oro e di profitti a centinaia di zeri, le risorse si trovano sempre. Quando invece si parla di dignità del lavoro, di salari adeguati, di pensioni decenti, improvvisamente tutto diventa “insostenibile”.
Giorgia Meloni e Matteo Salvini avevano promesso di superare la Legge Fornero, di restituire dignità ai pensionati, di difendere il ceto medio. Oggi sarebbe utile che, insieme alla lettera per il caro energia, ne scrivessero un’altra a Bruxelles per chiedere flessibilità anche sulla giustizia sociale.
Perché la vera sicurezza di un Paese non si misura solo con i carri armati o con il prezzo del gas.
Si misura nella serenità di chi lavora. Nella dignità di chi va in pensione. Nella possibilità per una famiglia di arrivare a fine mese senza paura. Nella garanzia di trascorrere una vecchiaia serena, senza che qualcuno spinga sempre più in alto l’asticella dell’età pensionabile e sempre più in basso le retribuzioni!
L’Italia è il Paese UE con l’età pensionabile più alta: 67 anni e 6 mesi.
L’Italia è il Paese UE con gli stipendi & le pensioni più bassi.


