"Io credo che questo formato, quello della Comunità Politica Europea, sia particolarmente utile in una fase come quella che stiamo attraversando, perché consente di mettere intorno allo stesso tavolo nazioni che condividono, comunque, una responsabilità rispetto al futuro del continente europeo.
Noi siamo in una fase estremamente complessa. È una fase nella quale le sfide che abbiamo di fronte sono sfide enormi: penso chiaramente alla guerra in Ucraina, penso alle tensioni geopolitiche, penso alle crisi energetiche che abbiamo attraversato e che continuano a rappresentare un elemento di grande preoccupazione.E in questo contesto, io penso che la cosa più importante sia riuscire a mantenere l’unità, perché l’unità è la nostra forza. Senza unità, l’Europa rischia di diventare irrilevante nello scenario globale.Credo che dobbiamo lavorare insieme per rafforzare la nostra sicurezza, che è un tema centrale. Sicurezza significa difesa, significa capacità di proteggere i nostri cittadini, significa anche cooperazione tra Stati.C’è poi il tema dell’energia, che è stato uno dei temi più critici degli ultimi anni. Noi abbiamo bisogno di continuare a lavorare per diversificare le fonti, per ridurre le dipendenze strategiche, per garantire prezzi sostenibili per famiglie e imprese.Allo stesso tempo, dobbiamo porci il problema della competitività. L’Europa deve essere in grado di competere a livello globale, deve sostenere le sue imprese, deve investire nell’innovazione, deve evitare di rimanere indietro rispetto ad altri grandi attori internazionali.Un altro tema fondamentale è quello della gestione dei flussi migratori. È un tema che non può essere affrontato a livello nazionale, ma deve essere affrontato a livello europeo. Serve una strategia comune, serve una maggiore cooperazione con i Paesi di origine e di transito, serve un controllo più efficace delle frontiere esterne.Io penso che, su tutti questi dossier, la chiave sia la collaborazione. Nessuno Stato può pensare di affrontare queste sfide da solo.Per questo motivo, io credo che momenti come questo siano preziosi, perché consentono di confrontarsi, di trovare soluzioni condivise e di costruire un futuro più stabile per i nostri cittadini. Grazie".

Questo l'intervento odierno al Karen Demirchyan Sports and Concert Complex, della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a Yerevan, in Armenia, durante la sessione plenaria di apertura dell'8° Vertice della Comunità Politica Europea (CPE). 


Nel suo intervento al vertice della Comunità Politica Europea, Giorgia Meloni ha insistito su alcuni concetti chiave: unità, cooperazione, sicurezza condivisa, strategia comune su energia e migrazioni. Parole che, prese isolatamente, suonano come un manifesto di europeismo pragmatico. Ma che, rilette alla luce delle scelte politiche degli ultimi mesi, non possono non strappare più di una risata.

La prima assurdità è quella dell’unità europea. Meloni la indica come condizione essenziale per evitare l’irrilevanza del continente. Eppure, la linea italiana in più occasioni si è mossa su binari autonomi, privilegiando relazioni bilaterali o posizioni divergenti rispetto ad altri partner UE. Vedi ad esempio il recente rifiuto di cancellare gli accordi commerciali in corso con lo Stato canaglia di Israele. Il richiamo all’unità, dunque, appare più come una necessità retorica che una pratica costante.

Sul fronte della sicurezza e della difesa, la presidente del Consiglio parla di rafforzamento della cooperazione. Ma il dibattito interno italiano continua a oscillare tra atlantismo dichiarato e cautele politiche, soprattutto quando le decisioni hanno un costo diretto in termini di consenso. Il risultato è una postura che, più che strategica, sembra adattiva. Oltretutto, per Meloni, gli investimenti in armi da parte dell'Italia devono essere finalizzati non ad una difesa dei confini dell'Ue, ma ad una difesa autonoma dei confini nazionali.

Ancora più evidente è la tensione sul tema energetico. Meloni sottolinea la necessità di diversificare le fonti e ridurre le dipendenze. Una linea condivisibile, se non fosse che le politiche energetiche italiane continuano a muoversi tra emergenza e gestione contingente, senza una visione strutturale chiara e coerente nel lungo periodo. Infatti Meloni, invece di guardare alle rinnovabili, pensa sia utile investire nel nucleare, che in Italia - fortunatamente bocciato da un referendum alla metà degli anni '80 - deve sostanzialmente partire da zero, con tempi tali da renderlo una fonte energertica inutile e obsoleta.

Il capitolo più delicato resta però quello delle migrazioni. Nel suo intervento, Meloni invoca una strategia europea condivisa, con cooperazione e gestione comune dei flussi. Ma la narrazione interna del governo resta fortemente centrata su sicurezza, controllo e pressione sugli altri Stati membri, più che su un reale equilibrio tra responsabilità e solidarietà. Anche qui, il linguaggio europeo diverge da quello utilizzato sul piano domestico.

Infine, il tema della competitività. Meloni richiama la necessità di sostenere imprese e innovazione per evitare il declino europeo. Tuttavia, le politiche economiche messe da lei in campo durante il suo esecutivo - a detta di tutti - sono letteralmente pari a zero, tanto che l'Italia di Meloni, finora, è sopravvissuta alla recessione grazie ai soldi del PNRR, utilizzati senza creare uno straccio di strategia di sviluppo.

Il punto, alla fine, non è tanto ciò che Meloni dice nei consessi internazionali, quanto la distanza tra quel linguaggio e la pratica politica quotidiana. Una distanza che trasforma ogni appello alla cooperazione in un esercizio di equilibrismo comunicativo, che dimostra ulteriormente quanto la premier, da vecchia, continui ad essere una povera disagiata (soprattutto intellettualmente), con l'unica differenza che, rispetto a quando era giovane, invece di abitare in un quartiere popolare adesso abita in villa in un quartiere residenziale.