Quando Giorgia Meloni è arrivata al governo nel 2022, il messaggio era diretto, quasi senza sfumature: cambiare passo, rompere con l’immobilismo, incidere davvero su temi che da anni restavano sospesi. Meno tasse, controllo dell’immigrazione, riforma della giustizia, sostegno alla famiglia, revisione delle pensioni. A questo si aggiungeva un’altra promessa meno esplicita ma altrettanto importante: ridare all’Italia un ruolo più solido e rispettato anche fuori dai confini.
A distanza di tempo, il bilancio è meno netto di quanto raccontato in campagna elettorale. Non è il quadro di un governo fermo, ma neanche quello di una trasformazione radicale. È una via di mezzo, fatta di interventi concreti ma spesso parziali, di promesse avviate ma non completate, e di alcune rimaste indietro.
Sul fronte fiscale, uno dei punti più sentiti dagli elettori, il cambiamento è stato limitato. L’idea iniziale di una riduzione significativa delle tasse, accompagnata da una flat tax più ampia, si è tradotta in interventi circoscritti. Alcune categorie hanno beneficiato di alleggerimenti, ma il sistema nel suo complesso è rimasto sostanzialmente invariato. Per la maggior parte delle persone, il peso fiscale non è cambiato in modo percepibile.
Il tema delle accise sui carburanti è diventato emblematico proprio per questo scarto tra promessa e realtà. Il messaggio iniziale era semplice: ridurle in modo stabile. Nei fatti si è arrivati a un taglio temporaneo, legato all’aumento dei prezzi dovuto alla crisi internazionale e alle tensioni con l’Iran. Una riduzione limitata nel tempo, circa una ventina di giorni, utile nell’immediato ma lontana da una riforma strutturale. Più una risposta all’emergenza che il mantenimento di una promessa.
Sulla giustizia, invece, il governo ha spinto con più decisione. La riforma che punta alla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri rappresenta uno dei tentativi più concreti di intervento sul sistema. Il fatto che si sia arrivati a un referendum indica che qualcosa si è mosso davvero. Tuttavia, siamo ancora nel mezzo del percorso, e l’esito finale resta aperto.
L’immigrazione è forse il terreno dove la distanza tra aspettative e realtà emerge con maggiore evidenza. I toni iniziali erano molto duri, quasi risolutivi. Nella pratica, le politiche sono state irrigidite e gli accordi internazionali rafforzati, ma il fenomeno non è stato contenuto in modo decisivo. Gli arrivi continuano e la gestione resta complessa, a dimostrazione di quanto sia difficile trasformare una promessa politica in un risultato concreto su scala globale.
Anche sul fronte della famiglia e della natalità si è intervenuti, rafforzando strumenti già esistenti e introducendo incentivi. Eppure il dato che pesa davvero è un altro: le nascite continuano a diminuire. Segno che, al di là delle misure economiche, il problema è più profondo e non si risolve con interventi limitati.
Le pensioni rappresentano una delle promesse più chiaramente rimaste incompiute. Il superamento della legge Fornero era stato indicato come un obiettivo forte, ma alla fine si è arrivati solo a modifiche marginali, senza una riforma complessiva del sistema. Qui la distanza tra ciò che era stato annunciato e ciò che è stato fatto è evidente.
Sul piano economico e del lavoro, i numeri dell’occupazione sono migliorati, ma il quadro resta complesso. Da un lato più persone lavorano, dall’altro il potere d’acquisto resta sotto pressione. Questo significa che, nella vita quotidiana, i benefici non sempre sono percepiti in modo chiaro.
Se ci si sposta sul piano internazionale, il giudizio cambia leggermente. L’Italia oggi appare più coerente e prevedibile. Il governo ha scelto una linea netta, allineata con Stati Uniti, NATO e Unione Europea, soprattutto sulla guerra in Ucraina. Questa coerenza ha rafforzato la credibilità del Paese, che viene percepito come un partner più affidabile rispetto ad alcune fasi passate.
Tuttavia, maggiore credibilità non significa maggiore potere decisionale. Le grandi scelte continuano a essere guidate da Paesi come Stati Uniti, Francia e Germania. L’Italia è più presente ai tavoli che contano, ma raramente è il Paese che determina l’esito finale.
Un tentativo interessante di aumentare il proprio peso si vede nel Mediterraneo e nei rapporti con l’Africa, attraverso il Piano Mattei. L’obiettivo è ambizioso: trasformare l’Italia in un punto di riferimento energetico e politico. Ma anche qui siamo ancora all’inizio. Le basi sono state poste, ma per parlare di un vero cambio di ruolo serviranno risultati concreti nel tempo.
Mettendo insieme politica interna ed estera, emerge un quadro abbastanza chiaro. Alcune promesse sono state mantenute, ma rappresentano una minoranza. Molte sono state realizzate solo in parte, spesso ridimensionate rispetto alle aspettative iniziali. Altre, soprattutto quelle più strutturali, sono rimaste indietro.
Allo stesso tempo, sul piano internazionale l’Italia ha guadagnato in stabilità e credibilità, senza però diventare una potenza decisiva.
Alla fine, il punto non è tanto stabilire se il governo abbia fatto bene o male in senso assoluto. La vera domanda è più semplice e più concreta: quanto è cambiata davvero la vita delle persone e quanto pesa oggi la voce dell’Italia nel mondo. La risposta, almeno per ora, sta nel mezzo. Un po’ più di solidità, qualche passo avanti, ma lontano da quella svolta profonda che era stata promessa all’inizio.


