Energia e beni essenziali tornano a correre mentre Palazzo Chigi continua a raccontare un Paese in ripresa. Ma i numeri dell’Istat fotografano una realtà diversa: famiglie più povere, consumi sotto pressione e salari che non tengono il passo.
L’inflazione torna a mordere, e questa volta lo fa colpendo esattamente dove il danno sociale è più profondo: energia, alimentari e beni acquistati ogni giorno. I dati definitivi dell’Istat relativi ad aprile 2026 certificano un aumento dei prezzi al consumo del 2,7% su base annua, in netta accelerazione rispetto all’1,7% di marzo. Una crescita che il governo Meloni non può liquidare come semplice oscillazione statistica, perché dietro quei numeri c’è una dinamica molto concreta: vivere costa sempre di più, mentre stipendi e pensioni continuano a rincorrere il carovita senza raggiungerlo.
A trainare la nuova impennata sono soprattutto gli energetici, tornati improvvisamente a correre dopo mesi di apparente tregua. I prezzi degli energetici non regolamentati passano da -2% a +9,6%, quelli regolamentati da -1,6% a +5,3%. Tradotto: benzina, carburanti, luce e gas ricominciano a pesare in maniera più che significativa sui bilanci familiari. Ed è proprio qui che emerge tutta la fragilità della strategia economica dell’esecutivo. Per mesi Palazzo Chigi ha insistito sull’idea che l’Italia fosse ormai fuori dalla fase più critica dell’inflazione, attribuendo al governo il merito della stabilizzazione dei prezzi. Ma la realtà dimostra quanto quell’equilibrio fosse precario e dipendente da fattori esterni, non da interventi strutturali.
L’altro dato che dovrebbe preoccupare seriamente il governo riguarda gli alimentari non lavorati, saliti dal +4,7% al +5,9%. È il segnale più chiaro della pressione crescente sul cosiddetto “carrello della spesa”, che infatti accelera ulteriormente. I prodotti ad alta frequenza d’acquisto — quelli che le famiglie comprano quasi ogni giorno — schizzano dal +3,1% al +4,2%. Non si tratta di beni di lusso o consumi rinviabili: sono pane, frutta, verdura, carne, prodotti per la casa, articoli indispensabili. È l’inflazione che colpisce soprattutto chi ha meno margini economici, perché più basso è il reddito maggiore è la quota destinata alle spese essenziali.
Eppure il governo continua a muoversi come se il problema principale fosse la narrazione e non il potere d’acquisto reale degli italiani. La comunicazione ufficiale insiste sui dati della cosiddetta “inflazione di fondo”, scesa all’1,6%, quasi a voler suggerire che il fenomeno sia sotto controllo. Ma per milioni di cittadini la “core inflation” è un concetto astratto: ciò che conta è il prezzo della spesa, della benzina, delle bollette. Se aumenta tutto ciò che serve per vivere, poco importa che rallentino alcuni servizi ricreativi o culturali.
Anzi, proprio il rallentamento dei servizi racconta un’altra verità scomoda: le famiglie stanno tagliando il superfluo. I servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona rallentano dal +3% al +2,6%, mentre i servizi relativi ai trasporti scendono addirittura dal +2,2% al +0,6% su base annua. Non è necessariamente un segnale positivo. Spesso significa che i consumatori rinunciano, rinviano, limitano. Quando il reddito disponibile viene assorbito da bollette e alimentari, il resto diventa comprimibile.
Il punto politico, a questo punto, è inevitabile. Dopo oltre tre anni di governo, Giorgia Meloni non può più attribuire ogni difficoltà all’eredità ricevuta o agli scenari internazionali. Certo, le tensioni energetiche globali incidono, ma un esecutivo si giudica soprattutto dalla capacità di proteggere i redditi e costruire strumenti di compensazione efficaci. E invece l’impressione crescente è che il governo abbia preferito puntare sulla propaganda identitaria e sugli annunci simbolici piuttosto che affrontare il nodo centrale dell’economia italiana: salari troppo bassi e famiglie sempre più esposte agli shock dei prezzi.
Il paradosso è evidente. L’Italia registra un’inflazione formalmente più contenuta rispetto ai picchi drammatici del biennio precedente, ma la percezione sociale del disagio resta altissima perché la crescita dei redditi non accompagna quella dei prezzi. È il motivo per cui ogni aumento dell’energia o degli alimentari produce effetti immediati e amplificati. E senza un serio intervento su salari, contratti e fiscalità, il rischio è che il Paese entri in una fase di impoverimento silenzioso: meno consumi, meno risparmio, maggiore precarietà sociale.
I dati di aprile, insomma, smontano la retorica rassicurante di un governo che continua a parlare di stabilità mentre gli italiani fanno i conti con una quotidianità sempre più costosa. E quando l’inflazione torna a colpire i beni essenziali, il problema non è più tecnico: diventa politico.


