Nel grande teatro dell'Assemblea di Confindustria 2026, Giorgia Meloni ha messo in scena il copione che ormai conosce perfettamente: l'Italia virtuosa e produttiva soffocata dalla burocrazia europea, dall'ideologia green, dai tecnocrati senza volto, dai regolamenti assurdi e dalle crisi globali. Un racconto costruito con il tono della leader assediata ma combattiva, della “Cassandra” che aveva previsto tutto mentre gli altri dormivano.
Peccato che, ascoltando il discorso per intero, emerga una contraddizione gigantesca: molti dei problemi che Meloni oggi descrive come emergenze drammatiche esistono da anni, e il suo governo è al potere ormai da tempo sufficiente non solo per denunciarli, ma anche per affrontarli davvero. E invece il copione resta sempre lo stesso: la colpa è dell'Europa, dei tecnici, dei regolamenti, delle vecchie classi dirigenti, delle crisi internazionali, delle ideologie ambientaliste. Mai abbastanza, però, delle scelte concrete fatte — o non fatte — da Palazzo Chigi.
La premier parla ossessivamente di competitività, di imprese soffocate, di crescita rallentata dalla burocrazia. Ma dopo anni di governo, l'imprenditore italiano continua ancora a vivere dentro una macchina amministrativa che il centrodestra aveva promesso di demolire “in cento giorni”. Le autorizzazioni restano lente, i tempi della giustizia civile sono eterni, il caos normativo non è certo sparito. E mentre Meloni annuncia oggi una “riforma radicale della burocrazia”, viene spontaneo chiedersi: finora cosa è stato fatto, oltre agli annunci e ai tavoli permanenti?
Anche sul fronte energetico il discorso è pieno di cortocircuiti. La presidente del Consiglio denuncia il costo dell'energia come principale zavorra per le imprese italiane. Verissimo. Ma è difficile non notare come il governo continui a oscillare tra slogan sul nucleare del futuro, difesa delle fonti fossili e misure tampone sulle bollette, senza aver ancora costruito una strategia realmente strutturale e immediatamente efficace.
Il nucleare evocato da Meloni — mini-reattori modulari “sicuri e puliti” — è più una promessa narrativa che una soluzione concreta per famiglie e imprese che pagano bollette altissime oggi, non nel 2040. Nel frattempo, il governo ha rallentato o reso più conflittuale lo sviluppo delle rinnovabili in diversi territori, spesso inseguendo gli umori delle amministrazioni locali o della propria stessa maggioranza. Così si finisce in un paradosso tutto italiano: si attacca il Green Deal europeo accusandolo di essere ideologico, ma contemporaneamente si procede con lentezza anche su eolico e fotovoltaico che potrebbero davvero ridurre la dipendenza energetica fin da subito.
Poi c'è il grande bersaglio polemico: l'Unione Europea. Meloni la descrive come un “gigante burocratico” incapace di visione strategica, troppo occupato a produrre regolamenti sugli imballaggi e benchmark climatici scollegati dalla realtà.
Ma anche qui il racconto si incrina rapidamente. Perché mentre la premier attacca Bruxelles, il suo governo continua contemporaneamente a chiedere all'Europa flessibilità sui conti pubblici, fondi, deroghe, aiuti energetici, sostegno agli investimenti, margini sul deficit e protezione industriale. Insomma: l'Europa sarebbe oppressiva quando impone regole, ma indispensabile quando bisogna finanziare misure che Roma non riuscirebbe a sostenere da sola.
Il passaggio più curioso arriva quando Meloni accusa la burocrazia europea di essersi sostituita alla politica. Un'affermazione suggestiva, certo. Però pronunciata da una leader che governa solo attraverso decreti omnibus, voti di fiducia e centralizzazione continua delle decisioni a Palazzo Chigi. La retorica contro i tecnocrati funziona benissimo nei congressi industriali, ma nella pratica il governo ha mostrato la stessa tendenza a concentrare il potere decisionale e a ridurre gli spazi di confronto parlamentare, con le aule di Camera e Senato chiamate solo a votare ciò che viene deciso nei CdM.
Anche sul lavoro il discorso rivela una distanza enorme tra narrazione e realtà. Meloni rivendica mezzo milione di occupati in più nel Mezzogiorno, difende la contrattazione collettiva e parla di “salario giusto”. Ma evita accuratamente il tema più imbarazzante: i salari italiani restano tra i più bassi e stagnanti d'Europa rispetto al costo della vita. E mentre il governo attacca il salario minimo definendolo inutile o ideologico, milioni di lavoratori continuano a perdere potere d'acquisto.
Il paradosso è evidente: si celebra il Made in Italy come simbolo mondiale del “bello e ben fatto”, ma ci si dimentica spesso che quella qualità si regge anche su stipendi insufficienti, precarietà diffusa e giovani costretti a emigrare. La premier parla di trattenere i talenti in Italia, ma nel frattempo il Paese continua a perdere laureati e competenze verso economie che offrono condizioni migliori. E no, citare il “diritto alla casa” in un discorso non basta a risolvere un'emergenza abitativa che nelle grandi città sta diventando insostenibile.
Poi c'è l'eterno tema della pressione fiscale e degli incentivi. Meloni promette semplificazioni, iper-ammortamenti, sostegno agli investimenti, rilancio dei PIR e nuovi strumenti per il capitale privato. Ma anche qui il governo sembra muoversi più per interventi frammentati che attraverso una strategia organica di politica industriale. Ogni problema viene affrontato con un nuovo decreto, un nuovo tavolo, una nuova misura straordinaria. Sempre in emergenza permanente.
E infatti l'intero discorso è costruito attorno a una parola chiave: crisi. Guerra in Ucraina, Iran, Hormuz, Cina, dazi americani, policrisi, declino europeo. Tutto vero. Ma l'impressione è che la crisi internazionale venga usata anche come gigantesco ombrello politico per giustificare qualsiasi ritardo, qualsiasi difficoltà e qualsiasi promessa rinviata.
Alla fine, il messaggio di Meloni agli industriali è chiaro: abbiate fiducia, abbiate coraggio, il governo combatte per voi contro i burocrati europei e contro le ideologie. Ma dopo anni di potere, diventa inevitabile una domanda molto più semplice e concreta: se i problemi sono così evidenti da tanto tempo, perché molte delle soluzioni annunciate oggi sono ancora soltanto annunci?
Ed è qui che il discorso si trasforma involontariamente in qualcosa di diverso da una celebrazione della competitività italiana. Diventa il racconto di un governo che continua a descriversi come opposizione di un sistema che però, ormai, governa pienamente.
Sempre contro qualcuno. Sempre contro qualcosa. Anche quando quel qualcosa dovrebbe ormai cambiarlo direttamente lui.


