Dal nucleare “entro l’estate” ai soliti miracoli rinviati, il question time della premier si trasforma nell’ennesimo esercizio di propaganda: grandi annunci oggi, risultati — forse — tra quindici anni.
C’è qualcosa di profondamente italiano nel modo in cui il governo di Giorgia Meloni riesce a trasformare ogni interrogazione parlamentare in una televendita del futuro remoto. Non il futuro prossimo, sia chiaro: quello lontano, nebuloso, sufficientemente distante da evitare qualunque verifica concreta. Il question time andato in scena al Senato lo ha mostrato con una chiarezza quasi didattica.
Alla domanda sul nucleare, la presidente del Consiglio ha annunciato che “entro l’estate” arriverà la legge delega, poi i decreti attuativi, poi il completamento del quadro giuridico necessario a rilanciare la produzione nucleare in Italia. Tradotto dal linguaggio governativo all’italiano corrente: prima bisogna decidere come decidere, poi capire chi dovrà decidere, poi verificare se sarà possibile decidere davvero. Nel frattempo, naturalmente, il Paese continuerà a pagare bollette sempre più pesanti mentre la destra vende l’atomo come se fosse una macchina del tempo capace di riportare l’Italia direttamente negli anni Sessanta, quando bastava pronunciare la parola “modernizzazione” per nascondere ogni dettaglio tecnico, economico e ambientale.
Il punto più ironico della vicenda è che persino nella versione più ottimistica raccontata dalla maggioranza, gli eventuali benefici arriverebbero tra oltre un decennio. È una politica energetica che somiglia a quei parenti che promettono di restituirti i soldi “appena si sistema tutto”: nessuno sa quando accadrà, ma pretendono comunque gratitudine immediata. E così il governo che aveva promesso pragmatismo, rapidità, decisionismo e “meno chiacchiere” si ritrova a costruire il proprio racconto su opere, riforme e rivoluzioni collocate sempre un po’ più avanti nel calendario.
Anche sul fronte economico la sceneggiatura non cambia. Meloni ha ribadito che salari, natalità e incentivi restano priorità dell’esecutivo, salvo poi ammettere che le tensioni geopolitiche peseranno sulla crescita. È il paradosso perfetto del melonismo di governo: rivendicare contemporaneamente il controllo della situazione e l’impossibilità di incidere davvero sulla situazione stessa. Se l’economia va male, è colpa della guerra, dei mercati, dell’Europa, del contesto internazionale. Se invece un indicatore migliora, allora diventa immediatamente merito dell’esecutivo. Una formula politica ormai collaudata: privatizzare i successi e socializzare le responsabilità.
Nel frattempo, dentro Palazzo Madama, il question time ha assunto il tono di una liturgia prevedibile. Le opposizioni incalzano, il governo rassicura, la maggioranza applaude, e il Paese resta sospeso in una dimensione quasi metafisica, dove ogni problema è sempre sul punto di essere risolto ma non abbastanza da esserlo davvero. Il superbonus? Si pagherà fino al 2027. Il nucleare? Forse operativo nella prossima era geologica. La crescita? Frenata da fattori esterni. I salari? Priorità assoluta, purché nessuno chieda risultati immediati.
La verità è che il governo Meloni sembra aver elevato il rinvio a modello di governance. Non si governa il presente: lo si anestetizza annunciando il futuro. Ogni conferenza stampa diventa così un gigantesco “coming soon” della politica italiana. E poco importa se, mentre si promettono centrali nucleari per il 2040, oggi famiglie e imprese continuano e continueranno a fare i conti con stipendi stagnanti, precarietà energetica e servizi pubblici in difficoltà.
C’è poi un elemento quasi comico nell’enfasi con cui l’esecutivo continua a presentarsi come “governo del fare”. Perché, osservando il question time, la sensazione dominante è piuttosto quella di trovarsi davanti a un governo del “faremo”. Una differenza sottile ma decisiva. Il “fare” implica risultati verificabili; il “faremo” invece è perfetto per galleggiare nel consenso senza affrontare il peso concreto delle conseguenze.
Ed è forse proprio qui il cuore del problema politico della destra italiana contemporanea: la trasformazione permanente della propaganda elettorale in metodo di governo. Ogni passaggio parlamentare diventa una campagna. Ogni risposta un comizio. Ogni rinvio una promessa patriottica confezionata come strategia nazionale. Ma un Paese non si amministra con gli slogan motivazionali, né con le slide sul futuro energetico da mostrare nei talk show.
Perché alla fine resta una domanda semplice, quasi brutale nella sua concretezza: mentre il governo continua a raccontare ciò che l’Italia potrebbe diventare tra quindici anni, chi governa l’Italia di oggi?


