Settantotto anni dopo la pulizia etnica dei palestinesi del 1948, Gaza devastata e la Cisgiordania sotto pressione raccontano una tragedia che non appartiene solo alla storia, ma al presente di un popolo privato di terra, diritti e dignità... grazie al più completo menefreghismo del cosiddetto occidente democratico, rappresentato tra gli altri da pagliacci del calibro di von der Leye, Macron Starmer, Merz, Meloni, ecc.


Il 15 maggio non è una semplice ricorrenza nel calendario mediorientale. Per il popolo palestinese è la ferita aperta della Nakba, la “catastrofe”, il momento in cui la nascita dello Stato di Israele coincise con la distruzione di centinaia di villaggi palestinesi, l'espulsione di intere famiglie e la cancellazione di una geografia umana che, ancora oggi, continua a reclamare memoria e giustizia. A settantotto anni da quegli eventi, il dato più inquietante non è soltanto la dimensione storica della tragedia, ma la sua continuità politica e militare.

Secondo i dati diffusi dall'Ufficio centrale di statistica palestinese, nel 1948 circa 957 mila palestinesi furono costretti ad abbandonare le proprie case, su una popolazione di 1,4 milioni di abitanti distribuiti in oltre 1300 città e villaggi. Di questi centri abitati, 531 vennero completamente distrutti. Non si trattò di un semplice effetto collaterale della guerra, come per decenni certa narrazione occidentale ha cercato di sostenere, ma di un processo sistematico di espulsione e sostituzione territoriale, accompagnato da oltre settanta massacri che provocarono più di quindicimila morti.

Oggi, mentre in molte capitali occidentali si continua a parlare di “diritto alla sicurezza” israeliana senza quasi mai affrontare il tema del diritto all'esistenza piena del popolo palestinese, la Nakba si ripresenta sotto forme nuove ma con la stessa logica di fondo: svuotare territori, frammentare comunità, rendere impossibile una reale sovranità palestinese. Gaza ne è l'emblema più drammatico. I dati demografici diffusi per il 2025 parlano di un crollo della popolazione della Striscia pari a oltre 254 mila persone, una diminuzione del 10,6% rispetto alle stime precedenti alla guerra. Dietro quei numeri non ci sono statistiche astratte, ma morti, sfollamenti, fame, malattie, distruzione delle infrastrutture civili e un collasso sociale che rischia di lasciare segni irreversibili per generazioni.

Lo Stato ebraico continua a presentare ogni operazione militare come una risposta necessaria al terrorismo di Hamas, ma questa storiella non basta più a giustificare la devastazione sistematica di un'intera popolazione civile. Quando ospedali, scuole, campi profughi e reti idriche vengono colpiti con una frequenza tale da trasformare la sopravvivenza quotidiana in una lotta disperata, il confine tra autodifesa e punizione collettiva non è in alcun modo sostenibile. Ed è proprio questa progressiva normalizzazione dell'eccezione militare a rappresentare uno dei fallimenti morali più gravi della comunità internazionale.

L'Occidente, che giustamente difende i diritti umani quando vengono violati da regimi ostili ai propri interessi geopolitici, è invece assente quando le accuse riguardano lo Stato ebraico di Israele. La diplomazia europea e statunitense continua a oscillare tra richiami formali alla moderazione e sostegno politico sostanziale al governo israeliano, anche davanti a immagini che hanno ormai scosso l'opinione pubblica mondiale. La conseguenza è un messaggio devastante: esistono vite degne di protezione assoluta e altre che invece possono vivere in uno stato di sofferenza permanente.

Intanto i palestinesi continuano a custodire simboli che il tempo non ha cancellato: le chiavi delle case abbandonate nel 1948, i nomi dei villaggi distrutti, le bandiere nere delle commemorazioni della Nakba. Non è soltanto nostalgia identitaria. È il rifiuto di accettare che la forza militare possa trasformarsi automaticamente in legittimità storica. Le manifestazioni organizzate a Ramallah, nei campi profughi e nelle comunità della diaspora hanno ribadito proprio questo: la questione palestinese non è scomparsa, nonostante decenni di occupazione, divisioni interne e isolamento politico.

Alla fine del 2025 i palestinesi nel mondo sono stimati in circa 15,5 milioni, più della metà dei quali vive fuori dalla Palestina storica. È il dato più eloquente della persistenza della Nakba: un popolo disperso, frammentato e spesso privato persino del diritto di raccontare la propria storia senza essere accusato di estremismo o delegittimazione. Ma nessuna pace potrà mai essere costruita davvero finché una delle due memorie verrà considerata intoccabile e l'altra sacrificabile.

Israele resta una democrazia per i propri cittadini, ma nei territori palestinesi continua a esercitare un controllo che milioni di persone vivono come un sistema permanente di subordinazione politica e militare. Ignorare questa realtà, o ridurla a un dettaglio secondario della “guerra al terrorismo”, significa condannare il Medio Oriente a un conflitto senza fine.

Perché la Nakba, oggi, non è soltanto il passato dei palestinesi: è il presente che il mondo continua a tollerare.


E per gli esultanti complici dei crimini dello Stato ebraico di Israele, come ad esempio gli appartenenti alla comunità ebraica italiana (considerando affermazioni e prese di posizione di coloro eletti a rappresentarli), queste le più recenti dichiarazioni di Itamar Ben Gvir...

Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano ha infatti parlato apertamente della necessità di “incoraggiare l'emigrazione” dei palestinesi da Gaza e Cisgiordania, sostenendo che Israele non dovrebbe temere le pressioni internazionali, ma adottare misure più dure e incisive.

Ancora più controverso il riferimento al Libano, dove Ben-Gvir ha evocato il rafforzamento dell'insediamento israeliano anche oltre il confine settentrionale, accompagnando il tema della sicurezza con quello dell'espansione territoriale.