C'è una differenza sostanziale tra un'affermazione provocatoria e un'affermazione che rischia di banalizzare uno dei problemi più gravi del nostro tempo. Le dichiarazioni del presidente del Senato Ignazio La Russa durante la presentazione del libro L'ecologia dei conservatori di Nicola Procaccini sembrano appartenere a questa seconda categoria. E viene spontaneo chiedersi: è davvero possibile che chi ricopre la seconda carica dello Stato riduca il cambiamento climatico a una questione di semplice adattamento, come se bastasse aspettare qualche anno per "abituarsi" a vivere come ai tropici?
“Io, prima ancora di leggere il tuo libro – che lo fa molto meglio di come io istintivamente l’avevo pensato – ho sempre detto: ma il cambiamento climatico che sta arrivando in Europa, quando diciamo ‘oddio sta arrivando un clima caraibico’, no? E vabbè, ma i Caraibi vivono da un sacco di tempo con questo clima, e sopravvivono, vuol dire che ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo”, aggiungendo: “Chiedetelo alle specie estinte… che hanno dovuto soggiacere a dei cambiamenti climatici”. Poi ha precisato: “Questo non vuol dire che non ci si possa, e non ci si debba attivare per limitare i danni di cambiamenti climatici”.
Una frase che a prima vista, per chi si rivolga a degli idioti di estrema destra se non dichiaratamente fascisti, può sembrare quasi di buon senso, ma che è definibile come una enorme stupidaggine davanti alle più elementari conoscenze scientifiche e geografiche.
I Caraibi non sono una porzione d'Europa che ha semplicemente temperature più elevate. Sono una regione tropicale situata tra il Mar dei Caraibi e l'Oceano Atlantico, a latitudini completamente diverse da quelle italiane ed europee. Ecosistemi, vegetazione, disponibilità idrica, specie animali e vegetali, infrastrutture, edilizia, agricoltura e perfino l'organizzazione delle città si sono sviluppati nel corso degli anni adattandosi a quel particolare clima.
L'Italia, invece, è un Paese mediterraneo, con caratteristiche climatiche, ambientali ed economiche profondamente differenti. Il cambiamento climatico non significa semplicemente avere "qualche grado in più". Significa alterare l'equilibrio idrogeologico, aumentare la frequenza delle siccità, rendere più intensi gli eventi meteorologici estremi, compromettere la produttività agricola, aumentare gli incendi boschivi, mettere sotto pressione il sistema sanitario e modificare profondamente gli ecosistemi che conosciamo.
Confondere tutto questo con l'idea che "ci abitueremo" equivale a ridurre un fenomeno estremamente complesso a una battuta da bar.
Ancor più discutibile appare il richiamo alle specie estinte. "Chiedetelo alle specie estinte che hanno dovuto soggiacere ai cambiamenti climatici", ha affermato La Russa. Ma proprio questa osservazione dimostra il contrario di ciò che sembrava voler sostenere. Le grandi estinzioni della storia della Terra rappresentano infatti uno dei più drammatici esempi di cosa possa accadere quando i cambiamenti climatici superano la capacità di adattamento degli organismi viventi. Non sono certo una dimostrazione rassicurante della presunta facilità con cui uomini e natura possano convivere con un clima radicalmente diverso.
L'errore più evidente, tuttavia, riguarda la dimensione sociale della questione. Parlare di adattamento climatico come se fosse un processo automatico significa ignorare completamente le profonde disuguaglianze economiche che attraversano il Paese.
Chi può permetterselo installerà impianti di climatizzazione sempre più potenti, isolerà la propria abitazione, vivrà in edifici moderni progettati per resistere alle ondate di calore e potrà sostenere bollette elettriche sempre più elevate.
Ma milioni di italiani questa possibilità non ce l'hanno.
Pensionati con assegni minimi, famiglie monoreddito, lavoratori precari, anziani che vivono soli in appartamenti costruiti decenni fa, persone costrette a scegliere se accendere il condizionatore o arrivare alla fine del mese rappresentano una realtà ben diversa da quella evocata con leggerezza durante una presentazione di un libro.
Per queste persone le ondate di calore non sono un fastidio estivo: possono trasformarsi in un serio problema sanitario. Ogni estate il numero dei decessi associati alle temperature estreme aumenta, soprattutto tra anziani e soggetti fragili. È una realtà documentata dalla letteratura scientifica internazionale e dagli stessi sistemi di sorveglianza sanitaria italiani.
Anche il paragone con i Caraibi presenta un'altra evidente contraddizione. Le popolazioni caraibiche convivono da sempre con quel clima, ma convivono anche con uragani devastanti, precipitazioni tropicali, elevata umidità e un modello di vita costruito storicamente intorno a quelle condizioni ambientali. La Russa vuole forse convivere con il rischio di uragani devastanti?
La Russa ha poi precisato che questo non significa rinunciare ad agire per limitare i cambiamenti climatici. Una precisazione certamente doverosa, ma che non cancella il messaggio precedente, il quale rischia invece di trasmettere l'idea che il problema sia sostanzialmente sopravvalutato e che l'adattamento spontaneo rappresenti una soluzione sufficiente.
Infine, il presidente del Senato ha ricordato con favore le normative sulla tutela del paesaggio emanate tra gli anni Venti e Quaranta, sostenendo che fossero particolarmente avanzate nel mettere la natura in relazione con l'uomo!!!
Discutere dell'evoluzione delle politiche ambientali italiane per utilizzare quelle esperienze come parametro per affrontare una crisi climatica globale che oggi dispone di decenni di ricerche, dati satellitari, modelli climatici e valutazioni scientifiche condivise dalla comunità internazionale è oggettivamnete un'idiozia.
Le dichiarazioni di La Russa finiscono così per apparire non solo scientificamente assurde, ma anche politicamente pericolose, perché minimizzano un fenomeno che colpisce già oggi milioni di persone.
E allora la domanda finale non riguarda tanto la provocazione in sé, quanto la responsabilità istituzionale: è davvero questo il livello di approfondimento che ci si aspetta dalla seconda carica dello Stato quando si affronta uno dei temi più delicati del XXI secolo? Oppure sarebbe opportuno che il dibattito pubblico abbandonasse slogan e semplificazioni per confrontarsi finalmente con la realtà dei dati scientifici e con le difficoltà quotidiane di quei cittadini che il cambiamento climatico lo stanno già pagando sulla propria pelle? Probabilmente, Ignazio Benito La Russa non è neppure in grado, intellettualmente, di ipotizzarlo.


